Marilyn Manson Born Villain

4/5
Lo avevamo lasciato nel 2009, con l’assoluta certezza che non avesse più niente di nuovo da dare e comunicare nella scena industrial, genere che aveva contribuito a portare a livelli stellari (insieme ai Nine Inch Nails). Marilyn Manson, al secolo Brian Warner, era divenuto ormai ripetitivo, fino a rasentare il limite della macchietta. Per questo

Lo avevamo lasciato nel 2009, con l’assoluta certezza che non avesse più niente di nuovo da dare e comunicare nella scena industrial, genere che aveva contribuito a portare a livelli stellari (insieme ai Nine Inch Nails). Marilyn Manson, al secolo Brian Warner, era divenuto ormai ripetitivo, fino a rasentare il limite della macchietta. Per questo motivo chi scrive si è approcciata non con poca titubanza a “Born Villain”, ultima release della band capitanata dall’omonimo istrionico frontman. Dubbi che, fortunatamente, si sono letteralmente frantumati durante l’ascolto del disco.

Born Villain”, ottavo album in studio dei Marilyn Manson, è il migliore dai tempi di “Mechanical Animals”. Si respira una ventata d’ossigeno per uno stile musicale che era dato quasi per spacciato. “Overneath the Path of Misery” prima seduce con sussurri suadenti, per poi scaricarti addosso un carico da 90 che non lascia via di scampo. “Children of Cain” avvolge, ipnotizza, possiede l’ascoltatore quasi carnalmente senza pietà per poi sprofondarlo nella disillusione. D’altronde è questo il vero Reverendo, colui che spiattella sotto gli occhi tutto il suo fascino malefico. “Murders Are Getting Prettier Every Day” è un tripudio di violenza e amore (si fa per dire) verso il genere umano. Come mood sembra essere un pezzo estratto da “Antichrist Superstar”, il capitolo che ha segnato l’apice commerciale del controverso gruppo.
Da segnalare anche “Breaking The Same Old Ground”, una sorta di oscura ninna nanna che anziché rassicurare aumenta l’inquietudine, e l’insolita cover di “You’re So Vain”, di Carly Simon. Parliamoci chiaro, il risultato non è eccelso come “Sweet Dreams” ma è una cover coraggiosa e conferisce alla canzone una connotazione distorta ed affascinante (e poi, quando mai può capitare di ascoltare un brano con un featuring alla chitarra di Johnny Depp?).

Gli unici momenti non convincenti del disco sono il singolo apripista “no Reflection”, chiaramente pensato per un grande appeal radiofonico, e “The Flowers Of Evil”, che non spicca mai. Non saranno di certo questi due episodi a demolire l’entusiasmo per questo disco. Il Marilyn Manson che conoscevamo è tornato in grande stile.

Claudia Falzone


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