Mumford & Sons Babel

4.5/5
Mettiamo subito le cose in chiaro: quella dei Mumford & Sons è una parabola in continua ascesa; tutto il mondo li osserva, li ascolta, li ammira. Erano molti ad attendere con trepidazione (e qualcuno forse, con un po’ di malizia) l’uscita del successore del pluri-celebrato “Sigh No More” (si parla di ben tre anni fa).

Mettiamo subito le cose in chiaro: quella dei Mumford & Sons è una parabola in continua ascesa; tutto il mondo li osserva, li ascolta, li ammira. Erano molti ad attendere con trepidazione (e qualcuno forse, con un po’ di malizia) l’uscita del successore del pluri-celebrato “Sigh No More” (si parla di ben tre anni fa). E ora che è uscito? Lo si ascolta, a ripetizione, si fa il bilancio di cosa è cambiato rispetto agli esordi, di cosa – eventualmente – manca, e di cosa si è aggiunto. La proprietà commutativa come sempre ci dà una mano, e vediamo così che, da qualunque lato lo si prenda, Babel si presenta come un grande album: più maturo, più ricercato, ma non per questo meno immediato e passionale. Anzi, le farfalle allo stomaco di Little lion man o The cave tornano qui moltiplicate per dodici (o per quindici, per i più affezionati, vista la presenza di ben tre bonus track). Ad aprire il tutto vi è proprio la title-track, puro folk rock da ballare, sulla cui base spicca la voce carismatica e viscerale di Marcus Mumford. Già da questo brano si possono capire un paio di cose riguardo alle tracce che seguiranno: da un lato non viene meno la vena lirica dei quattro, già ottima nei testi del primo lavoro, mentre dall’altro si innalza esponenzialmente il potenziale compositivo del quartetto, capace di evitare la monotonia in cui inevitabilmente cadevano alcuni brani di Sigh No More, e di colpire l’ascoltatore nei più svariati modi: dal toccante intimismo di Whispers in the dark, Ghosts that we knew, Lovers’ eyes; alle impetuose progressioni e all’epicità corale del singolone I will wait, di Holland road e Below my feet; passando per alle variazioni improvvise di tempo nella cavalcante Hopeless wanderer; fino a giungere alla travolgente Lover of the light, perfetta esegesi delle qualità dei quattro giovani inglesi: un ritmo irresistibile e una melodia impeccabile che esplodono come fuochi d’artificio nell’urlo liberatore di Marcus – un favoloso brano da concerto. Questo ciò che i Mumford & Sons sono riusciti a creare: un album da amare, da consumare, che li ha già consacrati a band di portata mondiale (ai primi posti nelle classifiche di tutto il mondo, tra cui la UK Chart e la US Billboard 200). Inutile dire quanto risplenda il loro futuro al momento. Ben più utile chiarire quanto questa luce sia meritata. Chapeau.

Andrea Suverato


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