Napalm Death Utilitarian

Napalm Death Utilitarian Recensione 4/5
Quando uscì “Scum“, nel 1987, molti pensarono si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto mentre solo pochissimi capirono la portata rivoluzionaria di quell’album: l’hardcore punk che incontrava il metal e il noise più intransigente per spingere ancor più in là la barra dell’iconoclastia in musica. Da allora quel disco ha fondato un intero genere,

Quando uscì “Scum“, nel 1987, molti pensarono si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto mentre solo pochissimi capirono la portata rivoluzionaria di quell’album: l’hardcore punk che incontrava il metal e il noise più intransigente per spingere ancor più in là la barra dell’iconoclastia in musica. Da allora quel disco ha fondato un intero genere, il grindcore, e ispirato migliaia di band in tutto il mondo, arrivando a interessare anche l’avanguardia e il jazz sperimentale, con John Zorn che con i suoi Naked City plasmò in modo più cinico e raffinato le note d’apocalisse contenute nel debutto dei Napalm Death.

Ora il sassofonista fa barrire il suo strumento in “Everyday Pox“, una traccia di “Utilitarian“, ed è come se un cerchio si chiudesse. Nel migliore dei modi, perché si sta parlando di uno dei più notevoli dischi della band inglese, forse il più riuscito dai tempi degli storici lavori rilasciati a cavallo fra anni Ottanta e Novanta. Nei sedici brani che lo compongono c’è tutto il meglio dei Napalm Death; dal loro tipico grind ibridato con l’HC e il crust alle influenze death e persino black (cfr. alcune sonorità di “Potection Racket“), passando per alcune suggestioni industrial che mostrano i Nostri ancora alla ricerca della sperimentazione e dell’innovazione, nonostante gli anni di carriera siano ormai trenta. In questo senso le canzoni più interessanti sono sicuramente “The Wolf I Feed“, in cui Mark Greenway sfodera un insospettabile cantato pulito memore dei Fear Factory (ma sono questi ultimi in realtà ad esser debitori delle intuizioni dei britannici, sentire “Concrete” per credere), e “Quarantined” con le sue aperture quasi solenni. In generale la prima parte di “Utilitarian” si dimostra leggermente superiore alla seconda, ma i filler sono comunque pochissimi e nel complesso si ha a che fare con un’opera in grado di spazzare via tutto e tutti, che racchiude al proprio interno una furia impressionante se pensiamo che chi è in grado di sprigionarla non è più un ragazzino già da molto tempo.

Una lezione magistrale da parte di chi rende l’aggressione in musica vera e propria arte: si potrebbe sintetizzare così questo disco. Embury, Harris, Greenway ed Herrera ancora una volta dimostrano di essere leaders, not followers.

Stefano Masnaghetti


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