Plan B Ill Manors

4.5/5
Plan B ha impiegato ben otto anni per far diventare realtà la sua rock opera “Ill Manors“: un decennio nel quale è passato da semisconosciuto rapper ad artista di tutto tondo, capace di siglare un ricco accordo artistico con una major del calibro di EMI. Perché, dal 2004 (anno della stesura di “Trigger“, l’embrione di

Plan B ha impiegato ben otto anni per far diventare realtà la sua rock opera “Ill Manors“: un decennio nel quale è passato da semisconosciuto rapper ad artista di tutto tondo, capace di siglare un ricco accordo artistico con una major del calibro di EMI. Perché, dal 2004 (anno della stesura di “Trigger“, l’embrione di quello che poi sarebbe diventato “Ill Manors“) ne è passata di acqua sotto i ponti: un esordio esplosivo come “Who Needs Actions When You Got Words“, che lo ha fatto emergere nel panorama hip hop inglese, un secondo album chiamato “The Defamation of Strickland Banks” che lo ha fatto conoscere tantissimo anche all’estero e, come se non bastasse, collaborazioni di grido con artisti di varia estrazione (la più famosa è quella con Chase And Status). Un’iniezione di fiducia che lo ha spinto a produrre, pur con un basso budget, il sogno di una vita, accompagnato da una colonna sonora da lui stesso composta.

Non ancora distribuita in Italia, la soundtrack del film “Ill Manors” è uno dei prodotti più validi usciti dal Regno Unito negli ultimi anni. Stupisce soprattutto la tremenda attualità di un progetto nato molti anni fa, ma uscito tragicamente con il Regno Unito ancora sconvolto dalle UK Riots di dodici mesi prima. E “Ill Manors” è di fatto la sua colonna sonora e un affresco tanto reale quanto desolante delle realtà dei suburbs: storie di spacciatori, gang e giovani immigrate costrette a prostituirsi sono i ritratti che si alternano in undici pezzi che sono in contrasto con il British Pride mostrato al mondo durante le Olimpiadi di Londra 2012 e, in maniera fin troppo sfacciata, nel Giubileo della Regina. Storie urbane che si riflettono anche nell’impianto musicale eretto da Ben Drew: pur con una matrice classica (i violini della title track e di “Drug Dealer“, capaci di mescolarsi alla perfezione in un sound moderno) e l’amore per le sonorità retrò (“Playing With Fire” e “Lost My Way“) e con quel soul che lo ha lanciato ai vertici (“Deepest Shame“), i migliori episodi arrivano quando Plan B vomita la sua rabbia con delle liriche tanto intelligenti quanto taglienti. Piazzando frasi esplosive nei confronti del Villaggio Olimpico (“costruito senza demolire alcuna casa“), dei ragazzini “che diventano grandi perché sono entrati a far parte di una gang“, delle donne costrette a prostituirsi mentre allattano i figli e del governo Cameron, capace di distruggere il popolo britannico con delle politiche di austerità.

Con “Ill Manors” Plan B pubblica quello che è di gran lunga il miglior lavoro della sua carriera: un melting pot di quanto proposto nei due precedenti LP è in realtà la visione cinica e senza compromessi della decadenza morale di un popolo che vuole nascondere ad ogni costo le proprie contraddizioni.

Nicola Lucchetta

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