Primus – Green Naugahyde

Primus Green Naugahyde Recensione 5/5
E così sono tornati anche i Primus. In realtà, successivamente allo scioglimento avvenuto appena dopo “Antipop” (1999), nel 2003 la band californiana si era già riformata per dare alle stampe il mini “Animals Should Not Try To Act Like People” (nulla più di un dispensabile divertissement) e per esibirsi in qualche concerto, pratica che in

E così sono tornati anche i Primus.

In realtà, successivamente allo scioglimento avvenuto appena dopo “Antipop” (1999), nel 2003 la band californiana si era già riformata per dare alle stampe il mini “Animals Should Not Try To Act Like People” (nulla più di un dispensabile divertissement) e per esibirsi in qualche concerto, pratica che in realtà ha continuato ad esercitare per tutti questi anni. Ma di album nuovi non se ne parlava, forse perché Les Claypool era troppo intento a sfornare i suoi lavori solisti. Così l’uscita di “Green Naugahyde” chiude un sostanziale silenzio creativo durato ben 12 anni, e lo fa ad un livello qualitativo persino insperato. I Primus, ora in formazione davvero originale (Claypool + LaLonde + Jay Lane, il primissimo batterista che se ne andò nel 1988 senza riuscire a registrare nulla col gruppo), pare non abbiano accusato minimamente la lunghissima pausa compositiva, e il nuovo album può già esser considerato uno dei migliori della loro carriera.

Il dato più eclatante è che, ascoltandolo superficialmente, si sarebbe portati a credere in un sostanziale immobilismo da parte del trio. Impressione erronea, perché se è vero che le caratteristiche più specifiche di Claypool e soci sono sempre le stesse (basso acidissimo e schizoide, folli intrecci della sezione ritmica, batteria sghemba, assoli di chitarra improbabili e voce ancor più improbabile del resto), è altrettanto palese che i Primus del 2011 cercano di battere nuove strade, e ci riescono. In un mix fra vecchie follie e nuove soluzioni che regge perfettamente per tutte le 13 tracce. Episodi come “Hennepin Crawler“, “Lee Van Cleef” e “Extinction Burst” richiamano fortemente i primissimi dischi del complesso, in particolare “Suck On This” (1989) e “Frizzle Fry” (1990), mentre l’epica clownesca di “Last Salmon Man” cita nel riff iniziale “Here Come The Bastards” e prosegue la grande saga delle “Fisherman’s Chronicles“: stupendo l’assolo di LaLonde. Tuttavia, sono altre le composizioni che mostrano al meglio il nuovo volto dei Nostri, che rallentano i ritmi come mai in passato e imbevono il loro funk – metal di psichedelia e scampoli di progressive rock: esperimento già tentato in “Antipop” ma che ai tempi, forse anche a causa dei troppi ospiti speciali, non funzionò del tutto. Oggi sì, invece, e così “Eyes Of The Squirrel” (sludge – funk?), “Jilly’s On Smack” e il frammento “Green Ranger” ondeggiano pigre quasi si trattasse di Frank Zappa che risuona i Pink Floyd. Bello anche “Tragedy’s A’ Comin‘”, il brano più ‘orecchiabile’ dell’opera, che ricorda “The Ballad Of Bodacious” ma la migliora nettamente.

Oggi come ieri, i Primus rimangono i maestri del crossover estremo, la prova che è possibile ottenere un sound che pare esser l’ideale ibrido fra Captain Beefheart e i Faith No More. Stupisce che dal loro assunto di base siano riusciti a progredire senza snaturarsi dopo tutti questi anni. In ogni caso si tratta di una magnifica sorpresa. “Green Naugahyde” è probabilmente la loro miglior prova dai tempi di “Pork Soda” (1993) e sicuramente uno dei dischi dell’anno.

Stefano Masnaghetti

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