Eminem – Relapse

4/5
È stata lunga l’attesa per il ritorno di Eminen. E come prevedibile le aspettative a riguardo sono state ben alimentate da un susseguirsi di voci, notizie, pettegolezzi vari sul rapper di Detroit: la scomparsa dell’amico e collega Proof, la riconciliazione con la moglie Kim e il successivo divorzio (un altro), una malattia non meglio specificata

È stata lunga l’attesa per il ritorno di Eminen. E come prevedibile le aspettative a riguardo sono state ben alimentate da un susseguirsi di voci, notizie, pettegolezzi vari sul rapper di Detroit: la scomparsa dell’amico e collega Proof, la riconciliazione con la moglie Kim e il successivo divorzio (un altro), una malattia non meglio specificata ai polmoni, la depressione e l’abuso di farmaci (chi si ricorda “Purple Hills”?). Possiamo dire che Mr. Mathers ha avuto le sue ragioni per lavorare così poco dal 2004 ad oggi; infatti, a parte alcune partecipazioni come guest star e qualche produzione, per trovare un suo lavoro di inediti bisogna tornare ad “Encore”.

Il nuovo album è da ascoltare anche più di una volta e con estrema attenzione, perché di certo una sola listening session non riuscirà a farvi formulare un giudizio su “Relapse”. Di fondo abbiamo un disco tipico di Eminem: tanti brani, testi martellanti, intensi, volutamente eccessivi costruiti intorno ai classici beat di Dr.Dre; rime politicamente scorrette, attacchi alle reginette del pop da Lindsay Lohan all’onnipresente Britney; racconti della sua infanzia di certo non serena e tranquilla, attacchi alla madre che lo iniziò alla droga, al patrigno che abusò di lui, a periodi in rehab e situazioni affini.
Però c’è qualcosa in più che lo rende attraente e di difficile assimilazione allo stesso tempo: forse il fatto che non troviamo filtri vocali e la voce di Eminem ad esempio in “Medicine Ball” e “Insane”, colpisce secca e diretta, al contrario dei pezzi a cui ci aveva abituati ultimamente questo genere. Forse (grazie a dio) perché le partecipazioni sono ridotte all’osso; o forse perché il pungente Slim Shady crea scompiglio e disordine come in “We Made You” e “Old Times Sake”, per citare due passaggi, lasciando spiazzato l’ascoltatore. O forse ancora perché “Underground” e “We Made You”, pur opposte con sperimentazioni l’una e clichè classici l’altra, riescono benissimo a rimanere nello stesso platter senza accapigliarsi troppo.

Quindi, prima di filosofeggiare riguardo l’effettivo valore dell’album (troppe sentenze già infestano la rete: “il disco di Eminem è pupù”, “è il disco dell’anno”, “è un superclassico anche se è uscito ieri”) bisogna interiorizzarlo e rielaborarlo, studiandolo insomma, senza farsi mettere fretta e immergendosi lyrics alla mano in quel mondo (privato e pubblico) che tanto infastidisce l’mc bianco più famoso degli States. Di certo “Relapse” non stanca tanto facilmente e rapidamente come ha fatto qualche collega di Marshall con precedenti uscite; altrettanto certamente potevamo aspettarci un disco meno ispirato o più scontato, invece una volta tanto siamo stati fortunati. Promosso e con margini di miglioramento che potrebbero svelarsi repeat dopo repeat, nell’attesa del secondo capitolo già annunciato per la fine dell’anno.

Antonella Murrone

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