Anathema – We’re Here Because We’re Here

4/5
Hey! Tu! Si, proprio tu che stai andando oltre, che stai passando alla recensione successiva! Tu, che probabilmente ti sei lasciato fregare dalla cupezza del nome di questo gruppo! Torna qui, fai finta di nulla, ignora quel nome così oscuro, che porta alla mente presagi di nera disperazione. Per favore, continua a leggere, perché questo

Hey! Tu! Si, proprio tu che stai andando oltre, che stai passando alla recensione successiva! Tu, che probabilmente ti sei lasciato fregare dalla cupezza del nome di questo gruppo! Torna qui, fai finta di nulla, ignora quel nome così oscuro, che porta alla mente presagi di nera disperazione. Per favore, continua a leggere, perché questo potrebbe essere uno di quei dischi che finiresti per consumare, per amare in ogni singola sfaccettatura, perché questo è un vero e proprio capolavoro.

Gli Anathema, in barba al nome che li vorrebbe sempre e comunque depressi e ombrosi, mai come oggi sembrano ottimisti (allegri è ancora una parola troppo grossa), continuando la loro esplorazione di quella parte di mondo del rock che è stata per tanti anni territorio di caccia dei Pink Floyd (qualcuno lo chiama post prog).

La band di Liverpool è nota per la sua classe e il suo coraggio, elementi che combinati insieme non possono che portare a comporre dischi personali, diversi, sottilmente sperimentali e mai, mai, mai fini a sé stessi. Da dove cominciare per descrivere questo “We’re Here Because We’re Here”? Beh, provate a immaginare un possibile denominatore comune esistente fra Porcupine Tree e Radiohead (quelli pre “Kid A”, almeno), a questo aggiungete melodie che spesso si fanno liquide, chitarre che tendono all’acustico e una generale mancanza di fretta. Innestateci poi arrangiamenti multi stratificati (complice anche lo zampino della London Session Orchestra) e la rara capacità di stupire con accelerazioni e grinta che arrivano esattamente quando e dove servono. A completare il tutto, la produzione impeccabile di Steve Wilson. Imperdibile, datemi retta.

Stefano Di Noi

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