Ronin Fenice

Ronin Fenice Recensione 4/5
Dieci anni di Ronin e un disco con un titolo che richiama  il rinascere dalle proprie ceneri del prodigioso volatile. Una nuova pagina musicale per la band italiana capitanata da Bruno Dorella, già protagonista dai Wolfango agli Ovo, passando per i Bachi da Pietra. A due anni dal poco esaltante “L’ultimo re”, arriva una virata

Dieci anni di Ronin e un disco con un titolo che richiama  il rinascere dalle proprie ceneri del prodigioso volatile. Una nuova pagina musicale per la band italiana capitanata da Bruno Dorella, già protagonista dai Wolfango agli Ovo, passando per i Bachi da Pietra. A due anni dal poco esaltante “L’ultimo re”, arriva una virata e un riassetto sulla carreggiata giusta. Se in tre dischi si potevano essere dette tutte, ma tutte le cose a proposito del progetto strumentale di rock desertico, morriconiano-calexico, ma anche balcanico-folk, ci si sbagliava. Anzi abbracciamo una band che qui appare ancora in crescita.

I Ronin rimangono un quartetto, ma sembra siano più gruppo ora, con quattro teste pensanti. A Bruno Dorella, Chet Martino e Nicola Ratti si è aggiunto il batterista Paolo Mongardi, già ascoltato nei tellurici Zeus. E per il disco si è unito a loro Enrico Gabrielli dei Calibro 35, che suona fiati e tastiere.

Nei nove brani la band tesse sapientemente atmosfere cinematiche, sensazioni noir e dosi di post-rock attraverso un suono calibrato, regalandoci un disco intimo e godibile, mai stanco o pedissequo tra le traiettorie stilistiche-confini entro cui si muove il quartetto. Anche se i ragazzi non sono più ragazzini o alle prime armi, potremmo parlare di quanto questo lavoro sia maturo e rotondo, oltretutto sapendo raggiungere vertici emotivi che riescono a dosare fumo e malinconia in maniera saggia.

Luca Freddi


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