Rush Clockwork Angels

Recensito da Marco Brambilla il 21 giu 2012

Rush Clockwork Angels Recensione
Rush
  • Il nuovo Rush è tanta roba. Tanta roba da mettersi le mani nei capelli e non sapere neanche da che […]
  • Outune Attitude:
  • 4.5/5
  • Genere: Progressive Rock
  • Anno: 2012
  • Roadrunner Records
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  • Il nuovo Rush è tanta roba. Tanta roba da mettersi le mani nei capelli e non sapere neanche da che parte incominciare. E’ multidimensionale, è stratificato, è coinvolgente. Tanta roba. Meglio analizzare separatamente i Three Stooges. Alex Lifeson fa un 180° rispetto al precedente “Snakes And Arrows” (2007), abbandonando la chitarra acustica, riprendendo l’elettrica e andando giù di riffazzi. Non abbiamo però strati di sovraincisioni come in “Vapor Trails” (2001): l’approccio dell’intera band è molto più orientato al suono da power trio, più live, più caldo. Siamo ovviamente nel sound rock dei Rush anni ’90, ma il suo modo di suonare tributa se stesso e tutta la produzione passando dai riff grassi ai fill delicati, passando pure per momenti hendrixiani o jazzati che ricordano gli assoli sgangherati (in senso buono, ovviamente) de “La Villa Strangiato”, tanto per dire. I pezzi sono ovviamente più lunghi della media, permettendo una gran varietà: capitano sempre un sacco di cose bellissime e tutto ha senso, non si cade mai nel prolisso o nello stentato, e arriva sempre la chitarra interessante che fa sudare i padiglioni auricolari.

    Geddy Lee è sempre Geddy. Ulula come suo solito, raccontandoci questo coinvolgente concept steampunk simile al classico “2112” (1976), dove il giovane protagonista si ribella al mondo di plastica in cui vive. Il basso, che ve lo dico a fare, è da sogno. Sferraglia clamoroso con le ritmiche che solo lui sa fare; forse è meno pulito e funkettoso rispetto al passato ma, adeguandosi al tiro del sound attuale, è in grado di sbrodolare groove da tutti i pori. Si potrebbe ascoltare in loop per ore il giro di basso iniziale di “Seven Cities Of Gold” senza stancarsi mai. Zero tastiere a questo giro, anche se Geddy usa comunque i suoi noti pedali e diverse canzoni hanno orchestrazioni (non troppo invadenti), tanto che la band ha annunciato di voler portare in tour un ensemble di archi.

    Neil Peart, ancora una volta, vince. “The Professor”, alla sua veneranda età, è tuttora in grado di reinventarsi, mettersi in gioco, stupire. A questo giro niente arrangiamenti elaborati, niente pianificazioni a tavolino e analisi estenuanti. Neil ha ascoltato le demo dei pezzi un paio di volte, giusto per avere un’idea, e poi giù di improvvisazione totale. Poche prove, tanta immediatezza. Guidato dal produttore a mo’ di direttore d’orchestra, ha potuto tenere libero il cervello dalla “conta” e dalla memorizzazione dei passaggi, potendo così volare, improvvisando col cuore. Le sue parti di batteria suonano davvero spontanee ed esuberanti; solo in qualche occasione si va un po’ troppo sopra le righe, e viene da desiderare per lui una tacca in più al volume nel mix.

    Poche storie, questo è il disco dei Rush più pesante da parecchio tempo. I singoli “Caravan” e “BU2B”, usciti ormai un anno fa, sono un ottimo esempio della potenza rock del disco. Anche “Headlong Flight”, il nuovo singolo, è un altro sasso: tributa pure il classico “Bastille Day” e continua a picchiare per più di 7 minuti, crescendo fino al delirio di Peart nella parte finale. Pochi i momenti più melodici, ma spiccano “The Wreckers” (che mischia sonorità anni ’60 alle melodie più pop dei Rush della seconda metà degli anni ’80) e la conclusiva “The Garden”.

    Anche a costo di apparire intellettualmente limitato, si può affermare con certezza, in una parola, che il nuovo Rush spacca.

    Marco Brambilla


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    Voto: 4.5 / 5
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