Serj Tankian Harakiri

Serj Tankian Harakiri recensione 4/5
“Imperfect Harmonies“, la sua seconda prova solista – se escludiamo “Elect The Dead Symphony”, riedizione della prima release – ci aveva lasciati a dir poco disorientati, sorpresi tra lo stupore di trovare tanta carne al fuoco e, al contempo, straniti per non aver bene identificato la strada che il cantautore di origine armena aveva deciso

Imperfect Harmonies“, la sua seconda prova solista – se escludiamo “Elect The Dead Symphony”, riedizione della prima release – ci aveva lasciati a dir poco disorientati, sorpresi tra lo stupore di trovare tanta carne al fuoco e, al contempo, straniti per non aver bene identificato la strada che il cantautore di origine armena aveva deciso di intraprendere. Per questo motivo abbiamo atteso al varco “Harakiri”, il terzo disco solista di Serj Tankian. Stando al risultato finale, ne è valsa davvero la pena. “Harakiri” non è un concept dichiarato, tuttavia si intravede il filo conduttore che lega l’uno all’altro tutti gli undici brani in tracklist, come anelli di una stessa catena: l’inconsapevole harakiri che il mondo sta facendo, sia dal punto di vista sociale che scientifico.

Tankian ha finalmente trovato un equilibrio, non cadendo più nella trappola di ricalcare il materiale prodotto ai tempi dei System Of A Down ma, nel contempo, ha anche evitato di snaturarsi troppo, come invece fatto nel secondo album. L’ispirazione è dichiaratamente hard rock con non pochi ammiccamenti al punk, come testimonia il primo singolo “Figure It Out” o la titletrack, ma ci sono venature che sfociano nell’elettronica anni ’80, grazie alla presenza di sintetizzatori in “Deafening Silence”, e nel jazz in una frazione di “Occupied Tears”, una delle canzoni più incisive. E, come in ogni buon disco rock che si rispetti, non manca il brano melodico che, nel ritornello, esplode in un crescendo di energia – nella fattispecie “Forget Me Knot“. Ascoltando i testi, si nota che il cantautore non è più politicizzato ad ogni costo, la sua attenzione è rivolta ad ogni aspetto della vita, passando dalla preoccupazione per l’ambiente circostante che si sta deteriorando al livello culturale che si sta quasi annientando ( “I abhor the whore who calls herself reality, reality TV” – Reality Tv). Questa virata si rivela vincente, dando all’artista naturalizzato statunitense la possibilità di evolversi ancora di più dal punto di vista cantautorale. Ultima, ma non meno importante, la voce di Serj. Sarà che ultimamente è un periodo particolarmente fruttuoso per la sua natura di compositore, sarà perché ha calibrato finalmente la dimensione ottimale nella quale muoversi per la sua carriera parallela solista, ma la voce, già in precedenza molto bella, sembra che abbia acquisito nuovi colori nella sua estensione e modulazione.

Insomma, non si riesce a trovare un aspetto negativo in questo album nemmeno volendo. Ciò vuol dire che “Harakiri” rischia seriamente di essere il disco attraverso il quale la carriera solista di Serj Tankian potrebbe fare il botto, fino ad eguagliare il successo ottenuto coi System Of A Down.

Claudia Falzone


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