The Bloody Beetroots Hide

bloody-beetroots-hide-recensione 4.5/5
Che molti si interessino ora a Bloody Beetroots ci sta. Voglio dire un featuring con McCartney, uno con Peter Frampton (minchia Frampton, mica cazzi), uno con Tommy Lee (quello del video con Pamelona nostra se non siete metallari dal passato glam) e un sacco di altra gente. Sold-out all’estero, ruoli da headliner in USA e

Che molti si interessino ora a Bloody Beetroots ci sta. Voglio dire un featuring con McCartney, uno con Peter Frampton (minchia Frampton, mica cazzi), uno con Tommy Lee (quello del video con Pamelona nostra se non siete metallari dal passato glam) e un sacco di altra gente. Sold-out all’estero, ruoli da headliner in USA e in UK, conosciutissimo nella scena EDM a Stelle e Strisce (che però lui non vede per nulla di buon occhio) e avanguardia nazionale (eh sì è italiano, vedi un po’) nel campo dell’electro house. Era anche ora che l’eco di Sir Bob Cornelius Rifo si espandesse anche nei patri confini, tuttavia da qui ad avere anche nel paese del Festival di Sanremo il successo che riscuote nel mondo civilizzato ce ne passa, tanto più se giri con la maschera di Venom

La realtà però è che la musica contenuta in “Hide” è una figata. Figata electro house sicuramente ma talmente densa di derive rock, pop, soul, rap, melodie curatissime, effettistica colorita e schizzoidi cambiamenti di umore interni alla singola traccia da far impazzire anche chi di house ha a malapena sentito qualcosa. Ed è Musica soprattutto, non robina fatta con un laptop mentre non sai come far passare il tempo, musica creata e ricamata secondo l’esigenza del singolo brano e che risulta credibile anche alle leggende già citate sopra, che non hanno esitato a collaborare per portare le radici del passato, la storia vera e propria delle sette note a incontrarsi con l’estro di Rifo, capace di plasmare sonorità e coordinate apparentemente troppo lontane in una realtà che, ascolto dopo ascolto, pervade senza pietà chi decide di ascoltare uno dei migliori dischi dell’anno.

Picchi? Diversi indubbiamente: il pezzo con Macca è la punta di un iceberg che ha nella batteria di Tommy Lee (e nei suoi insulti a Cornelius stesso per gli inserti all’interno di una canzone in sei ottavi o quello che è), nel pop-soul del featuring di Sam Sparro (“Slow In The Dark”) e nel delirio da mosh pit allucinogeno conclusivo “Volevo Un Gatto Nero” delle basi talmente solide da non temere fratture da un ipotetico incontro col Titanic della discografia moderna, che anzi per non affondare offre la possibilità alle Rape Sanguinanti di giocarsela con il pieno supporto di una major: per una volta non ci sono fenomeni trimestrali da talent show, non ci sono vacche che gorgheggiano sull’ennesimo motivetto pop che ascoltiamo dal 2000, non ci sono finti rappettari (grazie a dio Eminem tra breve spazzerà via anche quest’anomalia per lo meno per qualche mese) che cavalcano l’onda della moda del momento. C’è musica truzza tremendamente intelligente e godibilissima indipendentemente dalle vostre abituali sfere di ascolti. E godetevela per una volta!

Paolo Sisa

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