Metallica – Death Magnetic

4/5
  La cosa migliore uscita dopo il Black Album del 1991. I Metallica si sono divertiti a giocare col country e con il blues in “Load”, hanno fatto divertire meno noi con quel mezzo aborto di “Reload”, si son tolti lo sfizio delle cover, dell’orchestra e sono tornati, dopo aver rischiato seriamente di raggiungere al

 

La cosa migliore uscita dopo il Black Album del 1991.
I Metallica si sono divertiti a giocare col country e con il blues in “Load”, hanno fatto divertire meno noi con quel mezzo aborto di “Reload”, si son tolti lo sfizio delle cover, dell’orchestra e sono tornati, dopo aver rischiato seriamente di raggiungere al capolinea, con il controverso e casinaro “St.Anger” nel 2003.
Ecco quindi che, considerato il background di cui sopra, “Death Magnetic” risulta essere un buon disco. Certo molto derivativo, “ispirato” da quello che è stato il sound dei Four Horsemen negli anni ottanta, con una produzione davvero devastante (grazie Rubin) e con un senso di paraculata comoda assestata quando non c’erano altre strade percorribili.
Detto ciò, sentiamoci liberi di godere nell’ascoltare una prima parte di album di alto livello, che corre veloce e che ci fa muovere la capa avanti e indietro con dei riffs che non sentivamo fare da papà Hetfield da troppo tempo. La seconda parte è un po’ più scarsina, allunga troppo la durata del platter con qualche momento che puzza di filler, considerando soprattutto il terzo capitolo di Unforgiven (una noia mostruosa) e la strumentale che precede la devastante nonché conclusiva “My Apocalypse” (che farà i morti nel prossimo indoor tour già annunciato da Lars e compagni).

Tutto sommato Ulrich non aveva detto male: questo è il miglior disco che i Metallica potevano fare dopo essere sopravvissuti a St.Anger. E tutto sommato c’è andata bene, i ragazzi sono tornati, alla faccia dei loro denigratori a tutti i costi e alla faccia di chi voleva distruggere il metal dall’interno, che ha tradito un sacco di ascoltatori per fare ciò che piaceva a loro…erano loro stessi? Bè ammetterete che sentire un album così, datato 2008, da quelli che col metal non volevano averci più nulla a che fare e blablabla assortiti è una soddisfazione mica da ridere…

JC


 

Partiamo con un’ovvietà: questo è il “ritorno al thrash” che ogni fan stava aspettando. Si esauriscono più o meno qui i meriti e i limiti di questo Death Magnetic. Il disco gira, i brani ci sono, la produzione è buona, l’atmosfera è notevole, il tiro non manca e Lars s’è ricordato di accordare il rullante. Insomma, pare che i Metallica siano tornati sul serio!
Di primo acchito, il disco si potrebbe piazzare idealmente fra And Justice For All (strutture complesse, tanti riff, cambi di atmosfera) e il Black Album (orecchiabilità e presa immediata). Ma c’è dell’altro. Il viaggio intrapreso con i due Load e con la rivisitazione di Garage Days ha lasciato il segno, portando un po’ di groove qua e là. Ma c’è anche traccia dell’esperienza St.Anger, qui finalmente spoglia dell’insensato disordine che caratterizzò quel disco (e qui credo il merito sia più della produzione di Rick Rubin che dei Metallica).
Non è tutto oro ciò che luccica. Il sound è quello del 1988, le soluzioni sono spesso troppo classiche, di maniera e c’è sicuramente un’eccessiva indulgenza verso il revival. In fondo va di moda: gli Anthrax fanno 2 anni di tour con Belladonna, ritornano gli Overkill, i Testament si riuniscono con Skolnick, Lombardo torna negli Slayer, i Megadeth che provano a rientrare nell’hangar, riecco poi Death Angel, Exodus, Overkill… Ma come non citare anche i Trivium che fanno finta di essere i Metallica o gli Slipknot che pubblicano un disco di remix dei Testament spacciandolo per musica nuova?

Death Magnetic si inserisce perfettamente in questo circuito, probabilmente per un bisogno quasi fisiologico. Fortunatamente i Nostri sono musicisti intelligenti e non cedono al gioco di seguire la facile pista dell’autoreferenzialità. Qua e là spuntano infatti soluzioni che ci saremmo aspettati dai Prong (That Was Just Your Life), dai Maiden (la coda di The Day That Never Comes) o dai System Of A Down (Cyanide). Segno che i nostri hanno guardato più alle loro radici e al loro background musicale che il loro passato discografico, mantenendo almeno un pezzo di piede fortemente ancorato nel presente.
A questo punto è lecito chiedersi se il disco abbia altri difetti, oltre quello di essere un evidente tributo ad un glorioso tempo che fu. La risposta è purtroppo affermativa. Tanto per iniziare Ulrich è evidentemente involuto ed Hetfield non ha più la voce di un tempo. Poi non ho troppo apprezzato i riferimenti a Creeping Death di The End Of The Line (che resta un buon pezzo, comunque). Da citare anche la bruttezza di The Day That Never Comes e l’inutilità di The Unforgiven III. Poi ci sono alcune scelte in fase di missaggio che lasciano un po’ colpiti, come quello di tenere il rullante così alto rispetto agli altri strumenti. Stupisce invece la qualità della produzione che ricalca mode di fine anni 80 riuscendo contemporaneamente a suonare fresca e al passo coi tempi.

Lo dobbiamo comprare? Sì, è un disco che vale i soldi spesi, che mantiene quello che promette e che si svela nei suoi dettagli ascolto dopo ascolto. Non cambierà la vita a nessuno, né il corso della musica, questo è scontato.

Stefano Di Noi


 

L’attesa ci ha logorato per mesi e mesi: vari concerti in giro per il mondo con “New Song” e “The other new song” come antipasti, il live del 22 luglio a Bologna non ha fatto altro che far crescere la curiosità, Mission:Metallica e lo stream dei nuovi pezzi c’hanno fatto scapocchiare abbestia…E ora…l’attesa è finita, “L’opera è compiuta. È uscito Death Magnetic”.

E come è uscito bene, ragazzi. I ‘Tallica ce l’hanno messa davvero tutta per tornare quelli di una volta. Suoni chiari, potenti: niente rullante accordato da un pre-cliente Amplifon, qui la batteria è una signora batteria. E la chitarra è una signora chitarra, o per meglio dire, il chitarrista è tornato un signor chitarrista: Kirk fa delle cose assurde, cose che in St. Anger non ci ha fatto neanche sperare di sentire. Il disco del ritorno è quindi un bel lavoro, sia come impatto sonoro, sia per il pathos creato dalla lunga attesa.

Al primo ascolto si capisce la voglia di spaccare tutto, di tornare alle origini. E in effetti il sound è quello delle origini…oddio forse non solo il sound! Molte parti delle nuove canzoni sembrano copiate/incollate da vecchie glorie: ci sono pezzi di Enter Sandman, Battery, Harvester of Sorrow, Whiplash, Ride the Lightning giusto per citarne un po’. Ma d’altronde tutti c’aspettavamo un disco che ci facesse tornare con la mente ai tempi che furono e la cosa più semplice era effettivamente prendere una serie delle loro Canzoni (la C maiuscola è voluta), frullarle e cercare di tirare fuori nuove Canzoni. Però il tempo passa anche per i Metallica e, per quanto il disco spacchi, ci sono buone tracce che però non brillano di luce propria e non consentono a “Death Magnetic” di diventare un (nuovo) capolavoro a vent’anni di distanza dall’ultimo.

Godiamoci questo disco per quello che è quindi, senza farci paranoie strane su come poteva o non poteva essere. Il semplice fatto di essere qui a poter parlare di un nuovo lavoro dei Four Horsemen penso ci possa bastare per almeno altri 5 anni.

Vincenzo Rigucci


 

Il bello della nuova uscita dei Metallica è che, come al solito, aiuta a sviluppare conversazione per salotti, forum e happy hour del metallo. Il brutto è che il disco fa abbastanza cacare.

Stilisticamente parlando farà la gioia dei fans vecchia scuola: si pone idealmente tra un …And Justice For All (1988) e un Black Album (1991), prendendo anche il groove di molti riff dal periodo di Load (1996). Abbiamo quindi lunghe composizioni molto articolate, riff e assoli indubbiamente metal, sonorità classiche e pure un James che canta quasi ‘vecchio stile’, usando la voce ‘country’ giusto in un paio di pezzi (come il melenso singolo ‘The Day That Never Comes’). I rimandi al loro apice commerciale sono chiari, basti sentire l’inizio di ‘The End Of The Line’ o la arida e forzatissima ‘The Unforgiven III’…però mancano pezzi grintosi capaci di prendere al primo ascolto. Sotto questo punto di vista il disco commette lo stesso errore del precedente St.Anger (2003): pezzi troppo prolissi, noiosi,  forzatamente lunghi e che sembrano raccolte di jam malamente incollate tra loro (che senso hanno i dieci minuti strumentali di ‘Suicide & Redemption’?). Viene voglia di alzarsi e scapocciare solo in un paio di punti come la fine di ‘My Apocalypse’ e qualcosa in mezzo tra ‘All Nightmare Long’ e ‘Cyanide’.
Anche la produzione lascia perplessi: pur non essendo discutibile come la famigerata ‘batteria di bidoni dell’immondizia’ di qualche anno fa, il sound ha ancora delle toppe come il suono della batteria che a volte fa ‘friggere’ grancassa e piatti manco stessimo ascoltando un vecchio mp3, oppure il basso incredibilmente nascosto in secondo piano. Non si capisce che razza di apporto abbia potuto dare una figura come Rick Rubin a tutto ciò. La timbrica delle chitarre è dannatamente ferragliosa, un piacere per le orecchie, e ci sono 3567 riff diversi anche se non troppo geniali (a volte sembrano averci voluto mettere più triplette possibili per ricordare …And Justice For All), il ritorno di Kirk agli assoli però è abbastanza deludente. Primo non ne troviamo uno che possa reggere il confronto col passato; secondo sembrano anche loro buttati dentro per farceli stare a tutti i costi e fare massa; terzo certi sono di una banalità piuttosto sconcertante, soprattutto se si pensa che li sta suonando una Leggenda del Metal.

Indubbiamente un ritorno alle sonorità che li hanno resi famosi, e se vi basta questo (e di sicuro sarà così per un sacco di persone), questo è senza dubbio il disco atteso da anni. Uscendo dal pianeta Metallica per fare confronti però la situazione è abbastanza grigia: zero innovazione, zero leadership del settore…uscite di quest’anno sia di vecchi come i Testament che di giovani come gli Slipknot sono molto più divertenti ed interessanti. La cosa più agghiacciante poi è come le canzoni calzino a pennello per essere giocate con Guitar Hero…coincidenza?

Marco Brambilla

 


In tutta sincerità non aspettavo l’uscita del nuovo Metallica con trepidazione. Il rapporto di odio/amore che mi lega ai Four horsemen si è trasformato appunto da amore a “odio” dall’uscita dell’insulso Reload passando per i disastri discografici e di immagine che ne sono seguiti. Come molti di voi avranno provato sulla propria pelle, è veramente fastidioso osservare uno dei propri gruppi preferiti d’infanzia trasformarsi in una macchina da marketing perfettamente oliata il cui solo scopo è sfornare lavori a dir poco mediocri ma venderli bene, il tutto grazie ad un’immagine e a dichiarazioni a dir poco discutibili. Ma questa è una storia vecchia e se ne è già discusso anche troppo. Per fortuna la vita e in particolare il mondo della musica spesso ci riservano sorprese che vanno al di là di ogni più rosea aspettativa.
Ed è questo il caso di “Death magnetic”. 

Ebbene sì, il ritorno dei Metallica dopo ben 5 anni di silenzio discografico è un qualcosa di assolutamente superlativo ed inaspettato. Pezzi lunghissimi ed articolati, tonnellate di riff che si incastrano tra di loro alla perfezione, molti richiami alla loro discografia, in particolare al trittico …And justice for all/Black album/Load, ma anche e soprattutto tanta tanta freschezza e voglia di rischiare. Stavolta sì che c’è un vero ritorno al thrash, anche se più che un ritorno è una riscrittura di un genere che sembrava aver già dato tutto due decadi fa. Death magnetic invece riesce a fondere la scuola degli anni 80 con la corposità e i suoni degli anni 90, e aggiunge a questo cocktail già squisito una fortissima voglia di osare e sperimentare, il tutto unito alla classe innata di una delle formazioni più importanti per la storia del metal.
Addirittura in certi passaggi si ha l’impressione di ascoltare un gruppo alle prese con un debut album nel quale vuole riversare tutto il proprio repertorio per mettersi in mostra il più possibile. La grossa differenza è che il produttore in questo caso è un certo signor Rick Rubin, e quindi lo stream di riff e passaggi spiazzanti viene incanalato in direzioni ben precise, efficaci e scorrevoli. Normalmente non mi piace analizzare i dischi traccia per traccia, ma in questo caso due parole vanno spese per l’accoppiata iniziale “That was just your ife” e “The end of the line” che sorprendono subito per quantità e freschezza; per “Broken, beat and scarred” che contiene uno dei riff più belli mai scritti da Hetfield e soci; per il singolo “The day that never comes”, che azzardando, può essere paragonata alle “quarte tracce” degli album storici quali “Fade to black” o “One”, per l’incredibile dinamicità di “All nightmare long”, per “Cyanide” (forse la mia preferita, da pelle d’oca come riesca a fondere la freddezza di “…And justice for all” agli anni 70 di “Load”) e naturalmente per la devastante “My apocalypse”. Ad onor del vero non mancano un paio di pezzi più deboli come la strumentale “Suicide & redemption” (anche se resta apprezzabilissimo che i Metallica abbiano ancora il sentimento di inserire una strumentale di dieci minuti in un loro album nel 2008) e “The Judas kiss” che comunque si salva per degli assoli divertentissimi. Una nota a parte va detta anche per il terzo capitolo di “The unforgiven” che, anche se non lontanamente paragonabile al primo episodio, ha comunque una sua personalità e supera di gran lunga la pochezza di “The unforgiven II”.
La produzione è incredibilmente corposa, pulita e tagliente, anche se un piccolo appunto può essere fatto al suono del rullante (ancora…) forse stavolta troppo in evidenza, anche perché Lars non ha lesinato in rullate presenti un po’ ovunque!

In ogni caso c’è di che gioire in quanto in ogni traccia si può notare la ricercatezza delle linee vocali e la ritrovata incisività di Hetfield, il ritorno dei classici assoli di Hammet a cavallo tra le cavalcate/sfuriate anni 80 e la psichedelica Handrixiana, e infine la prova di Trujllo che pare essersi inserito alla grande portando anche il suo contributo notevole. Non c’è molto da aggiungere se non: finalmente, welcome home Four horsemen. 

Manuel Marini

 

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