Overkill – Ironbound

5/5
  Gli Overkill non hanno mai smesso di macinare concerti terrificanti, eppure le loro ultime uscite discografiche lasciavano intendere che qualcosa si fosse rotto, almeno entro il perimetro delle mura degli studi di registrazione. D’accordo, Bobby Blitz e soci non sono mai riusciti a comporre un disco epocale, in grado di estendersi oltre i confini

 

Gli Overkill non hanno mai smesso di macinare concerti terrificanti, eppure le loro ultime uscite discografiche lasciavano intendere che qualcosa si fosse rotto, almeno entro il perimetro delle mura degli studi di registrazione. D’accordo, Bobby Blitz e soci non sono mai riusciti a comporre un disco epocale, in grado di estendersi oltre i confini del thrash: tuttavia in quest’ambito i capolavori li hanno scritti eccome, e con la doppietta “The Years Of Decay/Horrorscope” si sono persino avvicinati al livello delle pietre miliari targate ‘big four’. Ma, a giudicare da lavori come “Killbox 13”, “ReliXIV” e l’ultimo “Immortalis” (quest’ultimo leggermente superiore, a onor del vero), sembrava proprio che la loro miglior vena creativa si fosse irrimediabilmente esaurita.

Invece no. “Ironbound” smentisce ogni possibile illazione e ripropone la band di Brooklyn nel pieno delle sue energie creative. Con un suono al 100% Overkill, senza nessuna concessione alle mode del momento. Un disco che sarebbe potuto uscire più di vent’anni fa, produzione a parte, al passo coi tempi e davvero ottima. Ma non si tratta di una critica, tutt’altro. Anzi, serve a puntualizzare che il quindicesimo full length del complesso è al livello dei loro classici, e il tempo non sembra esser trascorso per i Nostri.

“The Green And Black”, il pezzo d’apertura, può esser già annoverato fra i loro momenti più alti, e riproposto in sede live non mancherà di provocare eruzioni vulcaniche e tsunami vari. Più di otto minuti in cui la tensione non scende mai di livello, una magistrale riproposizione di tutti i migliori stilemi del thrash metal: introduzione atmosferica, esposizione del tema centrale che da lento si trasforma in cavalcata impetuosa, break in mid – tempo, stacco di basso e poi assolo di chitarra, coda finale con ripresa del riff portante in un crescendo esponenziale. Blitz urla come un ragazzino, Verni, Linsk, Tailer e Lipnicki eseguono tutto alla perfezione. Segue la title – track, altro numero da manuale che si permette di rispolverare i tipici alleggerimenti melodici del thrash americano degli Ottanta (cfr. l’assolo piazzato nel mezzo), oltre a mostrare spunti maideniani in alcuni aspetti del guitar – work (mi ha ricordato “End Of The Line”, canzone presente su “Under The Influence”). “Bring Me The Night” si spinge ancor più in là, con quel suo atteggiamento da NWOBHM; sembra quasi voler rifare i Diamond Head in versione speed/thrash. Sicuramente i botti maggiori sono piazzati nella prima metà del disco, ma nonostante l’elevato minutaggio (siamo vicini all’ora di durata) non c’è traccia di veri e propri riempitivi fra i dieci pezzi che compongono “Ironbound”. Così non sarebbe giusto trascurare le rapide “Give A Little” e “Endless War”, la maligna “The Head And Heart”, le sovrapposizioni iniziali di “The Goal Is Your Soul” e le accelerazioni di “In Vain”.

A voler essere pignoli e incontentabili, quasi tutto il disco è giocato su tempi molto veloci e mancano le digressioni doom che resero “The Years Of Decay” inimitabile (per chi scrive “Skullkrusher” è una delle miglior creazioni mai realizzate dagli Overkill). Ma “Ironbound” lo segue a ruota; il suo unico problema è che esce nel 2010, però il suo valore è più o meno quello di “Horrorscope”. Già fra i dischi metal dell’anno.

Stefano Masnaghetti

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