Portishead – Third

 4.5/5
Silence – Hunter – Nylon Smile – The Rip – Plastic – We Carry On – Deep Water – Machine Gun – Small – Magic Doors – Threads Era uno degli album più attesi di questo 2008. Soprattutto se si pensa che sono passati oltre dieci anni dall’ultimo disco dei Portishead, e periodicamente voci si

Silence – Hunter – Nylon Smile – The Rip – Plastic – We Carry On – Deep Water – Machine Gun – Small – Magic Doors – Threads

Era uno degli album più attesi di questo 2008. Soprattutto se si pensa che sono passati oltre dieci anni dall’ultimo disco dei Portishead, e periodicamente voci si rincorrevano sull’imminente capitolo della band, tra nuovi suoni, curiosità e rinvii infiniti. Ma questa assenza dalle scene sembra aver giovato al gruppo (a livello emotivo) cancellando il peso enorme di dover dare un seguito vicino al capolavoro dopo i due dischi prodotti anni fa. Insomma finalmente eccolo.

La prima cosa fondamentale è che non è una delusione. Anzi è riuscito a sbaragliare il gap di tempi passati e successi legittimi legati ad un mondo sonoro ormai lontano. Infatti il gruppo guidato da Beth Gibbons e Geoff Barrow si poteva adagiare comodamente sugli allori e proseguire sui canoni conosciuti. Ma ora, per loro, Bristol ha un altro sapore. Non sono più gli anni 90. Mentre i Massive Attack hanno proseguito (in maniera vincente) con minime variazioni sul loro tema, il timore che i Portishead continuassero a battere la strada del trip hop fuori tempo massimo era forte.

E così, ora, dopo l’ascolto di “Third” il plauso è ancora più forte. Adesso, anno 2008, lontano dal passato la band regala un disco pieno di ottime sensazioni. Due elementi rimangono il marchio di fabbrica senza tempo del trio inglese. Il primo. L’immersione e l’apnea. Se prima Beth e soci nuotavano in un magmatico e apocalittico dark, molto sepolcrale ma dalla chiara provenienza jazzy (dai campionamenti), ora la profondità investe ambienti industrial-spaziali dalle tinte metalliche e cupe in cui serpeggia un forte piglio seventies-psichedelico. Il secondo. Le linee vocali di Beth Gibbons, morbide e sofferte e riconoscibili a 100 km di distanza.

Questi due elementi si rincorrono intrecciandosi negli undici brani creando spigoli chiaroscuri che si trovano trafitti e trapassati da afflati emotivi vellutati. La ricetta è vincente. Non ripetitiva. Non scontata. E distante da ciò che poteva essere comodamente autocelebrazione, easy listening (=vendite facili), o revival a tutti i costi. Radio e discografici forse staranno piangendo.

L.F.

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