Unsane Wreck

Unsane Wreck Recensione 4/5
A partire dalla deliziosa copertina, questo sembrerebbe essere il classico album degli Unsane, forse il gruppo noise rock più efferato di sempre. E l’attacco di “Rat“, l’apripista, non tradisce le attese: batteria bulldozer, basso che somiglia alla cinghia di trasmissione di un carrarmato, chitarra che violenta il rock’n’roll e lo trasforma in rumore insostenibile, e

A partire dalla deliziosa copertina, questo sembrerebbe essere il classico album degli Unsane, forse il gruppo noise rock più efferato di sempre. E l’attacco di “Rat“, l’apripista, non tradisce le attese: batteria bulldozer, basso che somiglia alla cinghia di trasmissione di un carrarmato, chitarra che violenta il rock’n’roll e lo trasforma in rumore insostenibile, e la solita voce di Chris Spencer somigliante all’urlo lacerante di chi sta uccidendo qualcuno in quel preciso istante (o di chi viene ucciso). Insomma, tutto ciò che ha reso unico il trio newyorchese è presente e non ci abbandonerà per tutte le dieci tracce dell’album. Tuttavia “Wreck” è forse il lavoro più particolare degli Unsane, e potrebbe addirittura esser considerato quello della raggiunta maturità. La sua grandezza sta nell’essere, ancora una volta, intriso d’insopprimibile urgenza e d’insospettabile lirismo (cfr. “Decay”), non perdendo nulla di quell’aggressività quasi compulsiva che da sempre appartiene alla band, nonostante a volte le atmosfere si facciano meno apocalittiche del solito e qua e là spunti quasi del rimpianto piuttosto della consueta furia omicida.

Dopo aver passato quasi 25 anni a smembrare il garage rock e a tramutarlo in un mostro sonoro cibantesi di no wave, hardcore e noise alla primi Swans e primissimi Sonic Youth, il settimo album di Spencer, Curran e Signorelli corregge parzialmente il tiro e porta al mattatoio persino il blues. I tempi sono più lenti rispetto al predecessore “Visqueen“, tanto da far somigliare “Wreck” a “Blood Run“, uno dei dischi meno belli dei Nostri. In questo caso, però, c’è maggior consapevolezza nella scelta di allentare leggermente la tensione. Se i capolavori degli anni Novanta trasponevano in note la potenza di un’esplosione atomica mentre questa avveniva, adesso si pensa piuttosto a mostrare quello che è rimasto dopo la catastrofe: il titolo lo si può leggere anche in questo senso; siamo abbandonati in un mondo completamente distrutto, circondati solo da macerie e relitti. Anzi, noi stessi siamo relitti, null’altro che scheletri spolpati. Di più: fantasmi (“Ghost“, un altro dei vertici dell’opera). L’armonica a bocca di “No Chance“, la quasi ballad (per i loro standard) “Stuck“, il caracollare ubriaco di “Don’t” e l’agghiacciante risata finale di “Ha Ha Ha” completano quello che è il grande ritorno di uno dei complessi più sottovalutati di sempre nella storia della musica dura. Lunga vita.

Stefano Masnaghetti


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