Vasco Rossi – Vivere O Niente

vasco rossi vivere o niente 4.5/5
Dopo lo splendido ritorno al passato del tour indoor, tutti i fan di Vasco speravano in un album carico di energia quanto le esibizioni nei palazzetti di mezza Europa. Eh Già, singolo scelto come apripista, era difficilmente inquadrabile e non lasciava intuire a pieno la direzione del nuovo lavoro, tanto che, anche dopo l’ascolto completo,


Dopo lo splendido ritorno al passato del tour indoor, tutti i fan di Vasco speravano in un album carico di energia quanto le esibizioni nei palazzetti di mezza Europa. Eh Già, singolo scelto come apripista, era difficilmente inquadrabile e non lasciava intuire a pieno la direzione del nuovo lavoro, tanto che, anche dopo l’ascolto completo, pare ancora un elemento a sé, una grande presa per il culo nei confronti di chi lo riteneva finito già qualche anno fa.

Premesso ciò, Vivere O Niente è un grande album, per certi versi il migliore di Vasco dai tempi di Nessun Pericolo Per Te, e ora spiegherò le ragioni di un’affermazione così impegnativa. Partiamo a ritroso, dalla ghost track Mary Luise: puro Vasco d’annata, un po’ Sono Ancora In Coma e un po’ Susanna, insomma il Blasco che ci piaceva da morire; ma è tutto l’album a godere di un songwriting che in un suo album non ritrovavamo a questi livelli da tanti anni, come dimostra la filosofia sghemba di Prendi La Strada o la malinconia dell’opener Vivere Non E’ Facile e Stammi Vicino, dove ritroviamo un vecchio amico che non ha paura di confessarci le sue paure e che, allo stesso tempo, cerca di trovare le parole giuste per consolarci.

Menzione particolare va alla title track, pezzo struggente in cui il malessere di Vasco tocca uno dei suoi vertici assoluti, che potrebbe essere il figlio legittimo di quel capolavoro che fu Il Mondo Che Vorrei, e a Manifesto Futurista Della Nuova Umanità, che a mio modo di vedere è da considerarsi tra i pezzi migliori del Blasco degli ultimi quindici anni. Infine, non mancano i pezzi più cazzoni: Sei Pazza Di Me, così sbruffona e autoironica, e Quella Che Eri, in cui anche il cantato ci riporta al periodo a cavallo tra la fine degli anni ottanta e gli Spari Sopra.

Insomma, chi ancora non ha capito che cantautore sia Vasco Rossi, non lo capirà certo ora, ma sarà più difficile che in passato parlarne male. La produzione perfetta, i suoni bombastici ma mai fuori luogo ed il finale de L’Aquilone, con quell’alternanza tra la parola rivoluzione e la citazione di Vado Al Massimo, da soli, varrebbero il prezzo dell’acquisto. Bentornato, Blasco.

Luca Garrò

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