Voivod Target Earth

Voivod Target Earth 4.5/5
C’era molta curiosità ad attendere il primo disco dei Voivod privo dell’apporto compositivo del compianto Denis “Piggy” D’Amour. Su “Target Earth“, infatti, il nuovo chitarrista Daniel “Chewy” Mongrain ha non solo preso parte alle registrazioni, ma ha pure contribuito alla stesura dei 10 brani che lo compongono. Beh, niente paura. La qualità di quest’album va

C’era molta curiosità ad attendere il primo disco dei Voivod privo dell’apporto compositivo del compianto Denis “Piggy” D’Amour. Su “Target Earth“, infatti, il nuovo chitarrista Daniel “Chewy” Mongrain ha non solo preso parte alle registrazioni, ma ha pure contribuito alla stesura dei 10 brani che lo compongono. Beh, niente paura. La qualità di quest’album va oltre le più rosee aspettative, smentendo chi pensava che con “Infini” (2009) la band canadese avesse ormai imboccato il viale del tramonto e, senza più neppure la presenza di Piggy, fosse destinata a deludere persino lo zoccolo duro dei suoi fan. È successo l’esatto contrario, tanto che “Target Earth” è non solo superiore agli ultimi lavori, ma probabilmente dai tempi di “Phobos” (1997) il quartetto non si esprimeva a questi livelli, pazzeschi per un gruppo con oltre 30 anni di carriera alle spalle.

Come suona il cd? Sinteticamente, riprende le strutture dei tempi d’oro, periodo “Dimension Hatröss” (1988) e “Nothingface” (1989), e le sporca con tutto quello che è venuto dopo, dall’imperioso esercizio progressive metal di “The Outer Limits” (1993) alla cupezza del sopracitato “Phobos” sino a giungere alle spigolosità punk di “Katorz” (2006). La ricchezza delle composizioni è abbacinante; Mongrain si rivela un ottimo musicista abile nel maneggiare riff contorti e acuminati, come nella più classica tradizione della band; Away non ha perso un micron di brillantezza dietro le pelli, mentre il basso di Blacky risuona profondo e corposo. Forse l’unica pecca è la voce di Snake, che con l’età s’è fatta un po’ troppo monocorde, ma si tratta di una piccolissima macchia in un quadro di grandissima bellezza, tanto da poter essere trascurata senza eccessivi patemi d’animo. Tanto più che, a parte la conclusiva “Defiance” (una sorta di abbozzo di canzone), non sono pervenuti filler né momenti di stanca. Ogni traccia sa sbalordire, spesso oscillando fra l’assalto techno – thrash e lambiccamenti prog immersi in un contesto quasi psichedelico (cfr. l’assolo spaziale della title – track, la quale contiene anche un cambio di tempo che ricorda quello alla Van Der Graaf Generator presente in “Jack Luminous“). Vale la pena segnalarne alcune: “Kluskap O’Kom“, partenza in chiave Motorhead e improvvisi ostinati di chitarra che citano quelli di “Sub-Effect“; “Empathy For The Enemy“, in cui sezioni melodiche memori di quelle di “Into My Hypercube” si mescolano a veementi fuoriuscite di metallo allo stato brado; “Warchaic“, intro misterioso e alieno seguito da un terribile aumento d’intensità che conduce a un finale malinconicamente epico; “Resistance“, up – tempo corrosivo e memore di certe soluzioni adottate su “Voivod” (2003). Senza fornire un tedioso elenco completo, basti dire che in oltre 56 minuti di musica non si sbadiglia né si è tentati di premere il tasto skip.

“Target Earth” ha, quale unico svantaggio, una certa pesantezza d’insieme che impedisce all’ascoltatore di memorizzare i pezzi sin dai primi giri nel lettore. Nessun problema: basta ascoltare l’album più volte per farlo, e se anche allora non ci si ricorda quel determinato passaggio poco male, l’esperienza dell’ascolto è così emozionante che l’orecchiabilità passa in terzo piano. Già da ora uno dei dischi dell’anno. Lunga vita ai Voivod.

Stefano Masnaghetti


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