White Hills – H-p1

White Hills Hp1 Recensione 5/5
La copertina che serve a presentare visivamente il quarto album dei White Hills, secondo per Thrill Jockey, potrebbe essere una fotografia scattata sulla luna. Spoglia ed essenziale, è giocata interamente sul contrasto fra il bianco delle colline e il nero del cielo. Un concetto spaziale, per parafrasare Lucio Fontana, così come la musica di “H-p1″

La copertina che serve a presentare visivamente il quarto album dei White Hills, secondo per Thrill Jockey, potrebbe essere una fotografia scattata sulla luna. Spoglia ed essenziale, è giocata interamente sul contrasto fra il bianco delle colline e il nero del cielo. Un concetto spaziale, per parafrasare Lucio Fontana, così come la musica di “H-p1″ si distacca completamente da questo pianeta per spingersi in orbita. Forse il trio ama a tal punto la nostra terra, che vederla conciata così com’è adesso lo induce a cercare la bellezza altrove (cfr. le dichiarazioni di Ego Sensation sul sito dell’etichetta). Quale che sia la ragione, quel che qui interessa è che “H-p1″ è senza dubbio uno dei dischi dell’anno.

Per nostra fortuna, in questo loro ultimo capolavoro i White Hills abbandonano ogni pudore e ritegno e creano un mostro intergalattico lungo più di 70 minuti, che (meraviglia) non annoia mai e provoca nell’ascoltatore sensazioni che pochi musicisti sono abili a suscitare. Le scorie wave e shoegaze si avvertono ancora, ma adesso sono coagulate in un continuum psichedelico in grado di fagocitare tutto, dal noise al garage, dal kraut – rock all’ambient, e di risputarlo fuori sotto forma di vibrazioni d’immane potenza visionaria. Space rock aggiornato al 2011, gli Hawkwind si troverebbero a meraviglia all’interno di questo mutante sonico.

E hawkwindiano è l’incedere di “No Other Way“, che richiama alla memoria le architetture pachidermiche di “Space Ritual“, mentre l’apripista “The Condition Of Nothing” filtra la dark wave attraverso un mantra psicotropo. Sarebbero molte altre le perle da citare, ma “H-p1″ è album da godersi nella sua interezza, fra un feedback di chitarra perfettamente riverberato e un riff circolare di tastiera che sfocia lentamente in una coda degna dei corrieri cosmici teutonici, mentre ramificazioni organiche si nutrono di Acid Mothers Temple e Tangerine Dream, Ufomammut e Star Of The Lid. Impossibile però non citare “Upon Arrival“, in cui par di ascoltare gli Stooges risuonati dai Loop, e soprattutto l’incredibile “Paradise“, odissea stellare in cui i Faust vanno a braccetto con i Pink Floyd, fra ronzii di astronavi, interferenze radar e una sezione ritmica motorik che proietta inesorabilmente la navicella oltre gli anelli di Saturno.

Insieme all’omonimo di Squadra Omega, il più grande disco psichedelico del 2011.

Stefano Masnaghetti

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