Afterhours, il report del concerto a Milano del 6 settembre 2014

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Il concerto degli Afterhours al Carroponte di Sesto San Giovanni (Milano), andato in scena il 6 settembre 2014 avrebbe potuto tranquillamente essere “uno dei tanti” all’interno del glorioso tour di celebrazione di “Hai paura del buio?“. Eppure non è stata una tappa come un’altra.

Un Carroponte ancora una volta affollato accoglie con grande calore la band sul palco, negli abiti adatti ad un evento del genere, estratti da quel decennio che li ha visti imporsi nella storia della musica italiana. Merito di questo album, che dal 1997 a oggi non ha mai smesso di essere un termine di paragone dalle spalle larghe, premiato dai giornalisti come miglior disco indipendente degli ultimi 20 anni e dal pubblico come miglior album indipendente degli ultimi 15. Si comincia allora dalla titletrack, passando per l’amatissima “Male di Miele” e l’alientante “Terrorswing” – con la band che indossa, come di consueto, le maschere di Pluto – fino a concludere con “Mi Trovo Nuovo”. Una dopo l’altra vengono scoccate tutte le 19 tracce, e vanno tutte inesorabilmente a segno. Magnifico come chiunque possa toccare con mano la straordinaria abilità della band nel suonare integralmente il disco come se fosse ancora sul finire degli anni ’90. Manuel Agnelli riesce ad essere padrone del palco pur concedendo movimenti minimi, in bilico tra lo stato catatonico e l’estasi.

Così la band abbandona una prima volta il palco e accade qualcosa di strano. Nonostante la magia di quel primo atto, il pubblico dà per scontato un seguito e non acclama la band per il solito desiderato bis. Un’ingenuità forse, oppure una distrazione. Fatto sta che Manuel distratto non lo è, e da dietro il palco con l’orecchio teso percepisce solo una piccola ferita nell’orgoglio. Così, nonostante al rientro ci siano applausi e ovazioni ad accoglierli nuovamente, il frontman non resiste e confida il suo pensiero: “Avete presente quando si è fidanzati da tanto tempo? Ci sono certe cose che vengono date per scontate. Come ad esempio il fatto che il venerdì o il sabato lei ve la dia. Lo sapete che tanto ve la dà, anche se non gliela chiedete. Però se poi si perde un po’ di quella magia, la colpa è solo vostra. Perché lo sapete che tanto poi il bis lo suoniamo lo stesso, però dovreste sempre chiederlo“. Da quando ho mosso i primi passi tra la fauna concertistica, è la prima volta che mi capita di assistere ad una pausa senza acclamazione. Ed è qui che scatta la vera magia. La seconda parte del concerto, quella apparentemente meno rilevante per lo scopo del tour, diventa come il secondo innamoramento di chi si ama già. Manuel riprende in mano l’anima oscura riscoperta nella seconda vita della sua band e inizia “Spreca una vita” con rabbia. Movimenti isterici e furibondi, pieni di un’energia che intimorisce, accendono la chitarra di Xabier Iriondo e le sue studiate movenze. Per induzione Giorgio Prette – con addosso una maglietta dei Kiss sfoggiata con grande spavalderia – esplode dietro le pelli, accompagnando l’altra metà della band in un’esecuzione di rara potenza. Ma è solo l’inizio, perché ad ogni brano del primo e del secondo encore, la rabbia si trasforma in voglia di stupire e tutto questo al pubblico piace da matti. Le chitarre distorte non riescono a coprire i cori e le grida, l’eclettico violino di Rodrigo D’Erasmo non riesce a scoordinare i ritmici applausi. Una partecipazione grazie alla quale Manuel avrebbe pure potuto far cantare al pubblico ogni parola del resto del concerto, ma cicatrizzando il proprio orgoglio il cantante preferisce tirare fuori la voce come se dopo quello show non gli servisse più, come se si potesse esagerare per un’ultima volta.

Alla seconda finta uscita di scena il coro “fuori fuori fuori” rimbomba deciso e minaccioso per tutto il Carroponte, riportando immediatamente sul palco la band evidentemente riscattata ed entusiasta della risposta. Su “La Verità Che Ricordavo” Manuel si libera della maglietta e a torso nudo comincia il suo solito gioco col microfono. C’è ancora spazio per brani storici come “Quello che non c’è”, “Non è per sempre” e “Ballata per la mia piccola Iena”, fino alla migliore conclusione possibile con “Bye Bye Bombay”.
Io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va“, è il coro catalizzatore di ogni reciproca spinta, dal palco alla platea, dalla platea al palco. Infine, la confessione di chi scrive: si tratta della mia prima volta dal vivo con gli Afterhours. Non sono sicuro che tutte queste emozioni siano state così esclusive come sono apparse ai miei occhi. Quel che è certo è che tra un consumato accordo e un altro abbiamo tutti salutato Bombay e gli Afterhours, con la tacita promessa di non dare mai più nulla per scontato. Per non perdere mai più questa magia.


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