Angelique Kidjo – Auditorium Parco della Musica, Roma 29 gennaio 2010

È la prima volta che vedo, nelle compassate sale dell’Auditorium Parco della Musica, un pubblico tanto coinvolto in uno spettacolo dall’indiscutibile carisma di questa cantante, dalla sua vitalità, dal suo entusiasmo, dal suo amore per la musica.

 

Angelique (Benin, 1960) sembra prendere le mosse dalla ‘negritudine’ di Senghor, superando quei complessi di inferiorità culturale che per anni hanno caratterizzato i popoli dell’Africa, e per esteso del Terzo Mondo, per affrontare un percorso che inizia dal ‘villaggio africano’ per finire al ‘villaggio globale’, utilizzando la musica, i ritmi, o anche la sola nuda voce per riannodare il tessuto sociale, per superare le difficoltà della vita, per ritrovare, insieme, un po’ del vivere e sentire comune.

La Kidjo muove, ovviamente, dalla musica africana, dalla lingua yoruba, per dirigersi verso i ritmi e i colori del Senegal, del Congo, del Cameroun, del Brasile. Passa da ‘Petit Fleur’ a ‘Borboletta’, da Fela Kuti a Miriam Makeba, dalla ninna-nanna imparata da sua madre ai ritmi R&B di James Brown.

Il pubblico viene lentamente risucchiato in questo vortice di energia.  Sotto il palco qualcuno inizia, timidamente, a ballare. Ed Angelique, scendendo tra il pubblico, accompagnata dal suo statuario percussionista senegalese, trascina i presenti, tutti, in un vero, letterale, ‘happening’.

Ci racconta della sua Africa, che non è tutta guerre, miserie, saccheggi, ma anzi generosità, bellezza, magia. Ci lancia, scatenando una zuffa fra i suoi fan, il pallone ufficiale dei prossimi mondiali di calcio.

Ci racconta della sua passione per il cinema di Bollywood, per questi film sempre a lieto fine, per questa musica che aiuta tanta gente a superare le asprezze dell’esistenza.

C’è l’impressione che il mondo-villaggio descritto da Angelique sia un posto un po’ più a dimensione d’uomo, dove c’è spazio anche per la poesia, per la bellezza, per la dolcezza.

La band (percussioni, chitarra, basso, batteria) è fantastica. Due ore scorrono via quasi troppo in fretta. Da non perdere.

Marco Lorenzo Faustini

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