As I Lay Dying – Alcatraz, Milano 1 aprile 2008

Arrivo all’Alcatraz più o meno puntuale secondo quella che doveva essere la tabella di marcia: alle 19:00 in scena il primo supporto, ma come sempre c’è un po’ di ritardo e gli italianissimi Slowmotion Apocalypse iniziano ad esibirsi quasi mezz’ora dopo davanti a circa 30 persone.
Nonostante tutto ci danno dentro con molta grinta e voglia di fare, grazie anche a un mixaggio decente, venendo ricambiati da un pugno di ragazzi che non mancano di pogare nel vuoto della sala sulle note dell’opener “Fuel For My Hatred” e sulle seguenti. Insomma, nonostante il poco pubblico e la scarsa conoscenza dei pezzi il quintetto friulano riceve a fine esibizione dei meritati applausi da tutti i presenti.

Viene il turno dei teutonici Neaera. Volumi mostruosi a parte, l’esibizione si rivela abbastanza confusa: il gruppo statico, le chitarre poco pulite e ritmi death-core piuttosto monotoni non alzano certo la soglia di godimento (fatta eccezione per i soliti moshers sempre presenti in mezzo alla sala); insomma dopo i primi tre pezzi la band viene già a noia. Appunto finale va al cantante Hilleke, che a termine show chiede un applauso “al gruppo che ci ha preceduto”, facendo quantomeno una figuraccia…tanto valeva stare zitto.
Intanto la gente inizia finalmente ad affluire all’interno della discoteca (inclusa una discreta percentuale femminile, con mia sorpresa), ma anche con gli headliner l’Alcatraz rimarrà piuttosto vuoto, segnando una presenza più o meno pari al concerto di 3 settimane prima degli Overkill. Insomma il metallo, nuovo o vecchio che sia, continua a contare poca partecipazione in sede live a meno di nomi davvero grossi o di festivals; un vero peccato perché di band interessanti e non certo alle prime armi ce ne sono sempre molte, ma si vede che noi italiani abbiamo il sedere pesante e facciamo fatica a spostarci, anche quando il bill promette bene (si veda il package snobbatissimo dello scorso ottobre Iced Earth/Annihilator).

Diciamo subito una cosa: il concerto dei As ILay Dying è stato minato da volumi fin troppo esili, che, anche se parzialmente aggiustati durante i primi brani, hanno portato (almeno per il sottoscritto) a un abbassamento del livello di coinvolgimento. Certe volte addirittura tra calca, casino e cori, alcuni riff quasi non si riuscivano a distinguere nitidamente.
Per il resto bisogna dare grande credito ai 5 ragazzi di Los Angeles di essere dei grandi trascinatori: mai fermi, sempre a saltare, muoversi, bangare, batterista incluso (ed è uno spettacolo vederlo fare il “ventilatore” nei momenti più pestati).
Tim Lambesis è la vera anima del gruppo e lo dimostra dando grande prova delle sue capacità vocali in tutti i brani, oltre a non risparmiarsi con i fan sporgendosi più volte dal palco per dare il cinque alle prime file. Leggermente insicura invece la voce del bassista Gilbert quando veniva il momento di cantare i ritornelli puliti (presenti nelle ultime produzioni dei AILD), tanto che Tim è giunto più volte in “soccorso” del band mate.
I pezzi del nuovo album sono dei colpi di maglio pazzeschi, spiccano tra tutte la slayeriana “Within Destruction”, così come il breakdown della pesantissima “Comfort Betrays”. Ma sono forse quelli  meno recenti quelli che vengono accolti con più favore: “Distance Is Darkness”, “Meaning In Tragedy” e “The Darkest Nights” sono solo alcuni dei brani che maggiormente lasciano il segno (e i lividi di chi era in mezzo al pogo) tra il pubblico.
Il bis, introdotto dall’intermezzo del nuovo album “Departed”, consta di due classici al vetriolo: “94 Hours” e “Confined” (probabilmente i pezzi più pogati della serata) chiudono una scaletta serrata che ha di sicuro soddisfatto i fan vecchi e nuovi.

N.B.

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