Asaf Avidan, Bologna BOtanique 7 luglio 2014

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Asaf Avidan si è esibito lunedì 7 luglio 2014 sul palco del BOtanique, sfidando i nuvoloni grevi di pioggia, per regalare al giardino bolognese un live in veste acustica, il terzo in Italia per il suo “Back to Basics” tour.
Prende il palco da solo, il musicista, e mentre il pubblico è ancora indeciso se sedere sul prato o alzarsi in piedi, Avidan inizia ad arpeggiare sull’acustica e consegna un primo assaggio delle potenzialità della sua voce, un po’ roca, dolente, intensa e assolutamente peculiare.

Il racconto di come ha iniziato a comporre canzoni è rimbalzato tra schermi televisivi, radio, magazine, e non fallisce di cogliere nel segno: è una delusione d’amore, una dolorosa rottura ad averlo portato a cercare nella musica una nuova via espressiva, uno “strumento terapeutico freudiano” che lo porta a “vomitare le emozioni davanti a degli sconosciuti“, come racconta lui stesso, sorpreso ancora di quanto “qualcosa di tanto personale per me riesca a trovare eco in tutto il mondo“. Certo sarà per la sua abilità di attingere da una tavolozza di emozioni e renderle vive e quasi tangibili per poi esorcizzarle, voce sola, con l’accompagnamento strumentale che in alcuni brani può sembrare addirittura superfluo. Sarà anche che nei suoi brani affronta temi universali, parla dell’amore e della morte, e lo fa superando la paura di esporsi, il più del tempo ad occhi chiusi.Tanto di quella musica malinconica, che lo ha portato ad imporsi sulla scena, si tramuta e dal vivo mostra un artista divertente e divertito, perso in siparietti in cui traccia parabole della sua vita, incrocia i topoi con gusto e li sminuisce in scenette leggere solo per poi ridonargli tutto il peso che gli spetta ricominciando a cantare.

Sfrutta tutto l’inventario strumentale presente sul palco, dalla chitarra all’armonica ai campanelli legati alla coscia (“non ridete, è uno strumento serio!“), fino a drum pad e pedaliere, riproponendo in veste inedita alcuni dei brani nati dai suoi 7 anni di convivenza con i Mojos. “Weak” si trasforma completamente, diventano inno aggressivo accompagnato dal battito costante del drum pad; “Bang Bang”, brano che ha fatto il suo debutto proprio in questo tour, è un gioco di loop che si sovrappongono dal suono vagamente orientaleggiante; in “I Want You to Die” inizia a dar vita alle prime distorsioni sulla chitarra, inserendo brevi assoli che in alcuni momenti suona sulle corde, in altri ripropone con la modulazione della voce. Si passa alternativamente da momenti di acustica pura e semplice, con “Conspiratory Visions of Gomorrah” e la ormai celebre “Different Pulses”, title track del suo album solista, a momenti sintetici: riecheggia il blues nella sua musica e si veste di tonalità tenui, si sposa con il folk e parla in falsetto (“una voce proprio sexy, per rimorchiare! Le donne cadono sempre ai miei piedi…”). Su “Your Anchor” imbraccia la chitarra come una lap, con slide e pedaliera si dilunga e allunga i suoni che porteranno alla conclusione del primo atto.

Un rientro veloce con la delicata “Her Lies” per poi passare al brano che gli ha aperto le porte della fama nel nostro continente: “One Day” nella versione che le appartiene e le fa onore (a scanso di remix) è una piccola perla che domanda silenzio e ne ottiene, eccezion fatta per il battito di mani corale su ciascun ritornello. Un must della scaletta con l’impatto di un attacco mordi-e-fuggi che lascia un vuoto immediato da colmare con l’ultimo pezzo della serata: “Quale canzone volete? Questa è democrazia!“, dice Asaf, e il consenso si indirizza verso “The Devil and Me”. “Nessuno sceglie mai questa canzone, vi amo per averla scelta!“, ride un attimo, prima di accostare nuovamente il corpo della chitarra alle imprescindibili bretelle della sua mise ed esibirsi in una versione dirompente della canzone. E siccome la folla lo acclama a gran voce e tutto sommato il brano che conclude notoriamente i concerti del tour non è stato ancora suonato, eccolo che rientra in scena per “Love It or Leave It”, non prima di aver firmato dal palco qualche autografo agli avventori in prima fila “è un po’ imbarazzante, sono in mezzo a… non è che possiamo farlo dopo? No? Va bene dai…“. Sorprendente come riesca ad alternare tenerezza, risate e simpatia, a frangenti intimi, toccanti. Sulle ultime battute “I think I’m running out of time / Before I’m gonna lose my mind” si conclude il concerto, perché di fatto il tempo è scaduto. Peccato, perché un’altra ora e mezza la si sarebbe volentieri passata in compagnia di questo marinaio afflitto dal mal di amore e risanato dalla musica.

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