Bastille, il report del concerto a Ferrara del 25 luglio 2014

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Fiumi di inchiostro, quelli riversati a comporre titoli di canzoni, simboli, versi impressi sulla pelle delle centinaia di persone in fila dalle prime ore del mattino di venerdì 25 luglio 2014 a piazza Castello di Ferrara per la prima delle tre tappe italiane dei Bastille.

Il numero di fan devoti che il quartetto londinese è riuscito a conquistare nel nostro paese (e non solo) con poco più di un album alle spalle è sorprendente, e sì che sono per lo più ragazze molto giovani, ma i Bastille chiamano a sé in piazza anche un pubblico più adulto, fatto non solo di genitori/accompagnatori ma anche di curiosi ed estimatori del fenomeno radiofonico e di vendite dell’ultimo paio d’anni.

L’apertura del concerto è affidata a George Ezra, ventunenne cantautore inglese già lanciato al grande successo, che grazie alla sua “Budapest” ha scalato le classifiche di tutta Europa. E l’hype intorno al suo nome non pare esagerato: il ragazzo ha carisma, una voce profonda e graffiante che quasi stona con la sua immagine di biondino acqua e sapone e un primo album di materiale alle spalle, “Wanted on Voyage”, che grazie a una commistione di blues e folk retrò riattualizzato con gusto, rende il suo sound irresistibile. Cinquanta minuti pieni di concerto per lui, chitarra in spalla, accompagnato da una full band di basso, seconda chitarra e batteria, che volano come fossero cinque: un ottimo assaggio del disco, tra cui spiccano senza dubbio i singoli “Cassy O” e la già citata “Budapest”, per poi culminare nella più aggressiva “Did You Hear The Rain?”, che imposta il tono per il concerto che verrà.

L’uscita dei Bastille sul palco è un delirio di urla acute al limite dell’isteria che saranno il vero leitmotiv della serata. Il set passa rapidamente, anche troppo, in rassegna i brani di “Bad Blood”, iniziando proprio sulle note della title track senza mai allentare la tensione. I Bastille hanno tutto quello che serve ad una pop band: un frontman carismatico e scalmanato, suoni sintetici che si sovrappongono al profondo battito della batteria, mai protagonista, una fanbase di fedelissimi che conoscono ogni singola parola a memoria, come se per ciascuna di quelle teste che sono poco più che puntini nel mare del sottopalco quei versi avessero un significato personale. Certo, i ragazzi hanno imparato tutte le mosse giuste e sanno come arruffianarsi il proprio pubblico, raccolgono cartelloni e regali sul palco, e anche le canzoni sembrano a volte puntare per lo più a strizzare l’occhio a un target di vendite, eppure la vena compositiva c’è, si riflette nei testi, nella produzione ricercata e volta all’originalità che ha portato Dan Smith, Kyle Simmons, William Farquarson e Chris Wood a ritagliarsi uno spazio ragguardevole nello scenario dell’alternative rock d’Oltremanica. I momenti migliori si hanno su “No Angels”, mash-up di “No Scrubs” delle TLC e “Angels” di The xx, introdotta da una registrazione della famigerata citazione “A boy’s best friend is his mother” da Psycho; “Icarus”, dove la batteria trova il suo ruolo determinante; “Laughter Lines”, che è l’esemplificazione perfetta dell’abilità della band di gestire le pause, tramutate in questione di millisecondi in esplosioni di suono da tuffo al cuore.

Viene dato spazio anche alla presentazione di una nuova canzone, scritta per il secondo album e intitolata “Blame”, anche lei dotata dello stesso ritornello accattivante e potenziale inno catartico che caratterizza gran parte della produzione della band. Il set si chiude su “Flaws”, che vede Dan Smith, frontman e mente principale dei Bastille, scendere tra la folla per poi approdare allo stesso bar a lato piazza a cui tre giorni prima Matt Berninger aveva affidato le sue prodezze canore. La pausa è minima e l’encore regala un’accoppiata di energia compressa: “Of The Night”, ancora un mash up tra “The Rhythm of the Night” di Corona e “Rhythm Is a Dancer” dei tedeschi Snap!, riesce a far ballare dalla prima all’ultima fila (e come si potrebbe resistere?), mentre il finalone è affidato ai cori da stadio della celeberrima “Pompeii”.

Quando la band scende dal palco è passata solo un’ora e un quarto. Eppure lo spettacolo c’è stato: quello dei fan sotto palco, delle tante braccia al cielo, le coreografie di palloncini e le bolle di sapone che hanno incantato l’atmosfera sui suoni delicati della tastiera di “Oblivion”, e speriamo che almeno loro non siano rimasti delusi da quello che è si è dimostrato un live sì energico e appassionato ma decisamente troppo breve.


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