Black Country Communion – 10 Giorni Suonati, Vigevano 28 giugno 2011

Che sarebbe stata una serata per palati fini, lo si sapeva. Che avremmo assistito ad uno dei concerti migliori di questa estate fittissima era una speranza, che è giunta infine a compimento. Difficile scegliere chi fosse l’headliner dello show: un redivivo (settantottenne) John Mayall con i suoi Bluesbreakers o quella forza della natura a nome Black Country Communion? L’hanno spuntata i secondi, forti di un album appena uscito e dal clamore suscitato dalla prima venuta sul suolo italico…ma molti dei presenti a Vigevano attendevano solo l’arrivo del vecchio blues man. I suoni davvero ottimi (non sembra nemmeno di trovarsi in Italia) aiutano un ispiratissimo Mayall a suonare come se le primavere fossero molte di meno, con una carica ed un groove che solo alcuni artisti riescono a regalare. I musicisti che lo accompagnano sono eccezionali: la sezione ritmica composta da Greg Rzab e Jay Davenport è praticamente perfetta e la chitarra di Rocky Athas mantiene le coordinate blues essenziali per un concerto di questo calibro e il risultato è proporzionale al valore messo in campo.

Terminato lo show di Mayall, ecco che il pubblico inizia ad inneggiare ai BCC, forse la rivelazione più grande degli ultimi quattro o cinque anni. Quando un anno fa Glenn Hughes dichiarò di aver messo in piedi un progetto insieme a Joe Bonamassa, Derek Sherinian e Jason Bonham, qualcuno pensò all’ennesima stravaganza di un musicista annoiato. Peccato che Hughes non sbagli un colpo da diversi anni. A distanza di dodici mesi e due album da studio, eccoci quindi ad attendere trepidanti uno degli show più attesi degli ultimi tempi: l’inizio è folgorante, con la splendida “Black Country” ad accogliere il pubblico di Vigevano; è poi il momento della trascinante “One Lost Soul” che lascia poi spazio a “Crossfire”. La band è un martello pneumatico, in cui spiccano le classiche movenze dell’ex Purple, ma dove col passare del tempo tutti trovano la propria dimensione. Bonamassa si dimostra musicista di un altro livello e tiene benissimo anche le parte cantate che gli vengono “cedute” da Hughes; Bonham può finalmente liberarsi del fantasma del padre e dimostrare quanto vale, mentre forse è solo Sherinian a rimanere un po’ più isolato, come su disco d’altra parte. Le sorprese non mancano, come la splendida “The Ballad Of John Henry”, cantata dal proprio autore o la toccante “Cold”, pezzo incentrato sul tema della morte e in grado di far venire i brividi a chiunque (Jason Bonham compreso, come ci ha confessato). Inevitabili i bis sulle note di “Man In The Middle”, preludio all’attesissima “Burn” che non sarà un pezzo dei Black Country Communion, ma non importa a nessuno. Long Live Rock N’ Roll.

Luca Garrò, foto Rudy Sassano


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