Blondie, il report del concerto a Milano del 3 settembre 2014

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Ci sono voluti la bellezza di quarant’anni per vedere i Blondie esibirsi su in palco italiano, ma alla fine eccoli Debbie Harry e soci, folli protagonisti di una carriera giunta quest’anno al 40° anniversario e giustamente celebrata col “Blondie 4(0)ever World Tour”, che ha toccato ieri il Circolo Magnolia di Segrate (Milano) con la sua unica data italiana.

Degna di questo intrigante appuntamento con la storia della musica è stata la risposta del pubblico italiano, giunto numerosissimo e da ogni dove ad affollare il parterre di un Magnolia pienissimo già da un paio d’ore prima del main act. A premiare la puntualità dei convenuti, il live d’apertura dei The Carnabys, non nuovi al palco del circolo milanese, dove hanno suonato il 4 luglio scorso. Ora, se già le credenziali di questi cinque giovanotti di Richmond (Londra) promettevano bene – oltre ad avere aperto per Bruce Springsteen all’Hard Rock Calling di Londra 2013, i ragazzi si sono aggiudicati la vittoria all’Hard Rock Rising 2013, avendo la meglio su 12.000 band partecipanti al contest mondiale – il live a cui hanno dato vita ieri sera fuga definitivamente ogni dubbio sul loro futuro. L’ingresso sul palcoscenico è al fulmicotone, energia pura, che conquista il pubblico incollandolo al parterre per la seguente mezz’ora, durante la quale suonano “The Pocket”, il primo singolo estratto dal loro album d’esordio “No Money On the Moon”, in uscita il 20 di ottobre, “Is That My Body”, “Come Over, Come Stay”, nonché la cover di “I Wanna Be Your Dog” degli Stooges. Nella loro musica si sente tutta l’influenza di band quali The Kooks, Arctic Monkeys, Kings Of Leon, sintetizzata in un prodotto originale, pieno di carattere e a tratti anche piuttosto raffinato. E poi suonano bene: puliti, energici, con una bella amalgama, la sezione ritmica, soprattutto il batterista James Morgan, è una macchina da guerra e Jack Mercer è un frontman più che discreto. Gran bel gruppo!

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Dopo un cambio palco non velocissimo a dire il vero, allo scoccare delle 22.30 Chris Stein, Clem Burke e Debbie Harry, lo zoccolo duro della band, seguiti da Tommy Kessler alla chitarra, Leigh Foxx al basso e Matt Katz-Bohen alle tastiere, fanno il loro ingresso sul palco. È un attimo e attaccano con “One Way Or Another”: il pezzo è lui, il mitico quarto singolo estratto dall’altrettanto mitico “Parallel Lines”, tuttavia Debbie, così come la band, fa un po’ di fatica ad ingranare. Quel che ne esce è un’apertura decisamente impastata, riscattata da un’esecuzione che gira decisamente meglio di “Rave” dal nuovo “Ghosts Of Download”. Ma è un telefono che suona libero a fare impazzire la platea, Debbie Harry, in completo a strisce black and white, parrucca alla Mozart (o alla Ivana Spagna di metà Ottanta) grazie a dio in versione liscia e occhiale da sole, ridacchia birichina prima di attaccare la leggendaria cover dei The Nerves, “Hanging On the Telephone”. Il pubblico è caldo e finalmente pare che anche sul palco abbiano ingranato la marcia giusta.

È felice Debbie, classe 1945 (arrivarci!), di essere a Milano: «Siamo contentissimi di essere qui a suonare stasera. Stiamo festeggiando il nostro 40° anniversario e a me sembra tutto così folle, ma siamo qui, lo stiamo facendo. Stasera quindi suoneremo sia pezzi vecchi che pezzi nuovi». “Mile High” dal nuovo album, anticipa un tuffo negli 80s con “Call Me”, il brano forse più rappresentativo della band, che Debbie, qui in evidente difficoltà, lascia cantare al pubblico, come farà in svariate altre occasioni durante la serata. D’altro canto gli anni sono quasi 70 e l’insospettabile scioltezza con cui si muove sul palco, buttando qua e là anche qualche danza d’annata, unite all’esperienza di chi sul palco ci ha vissuto per quasi mezzo secolo e continua a farlo, divertendosi, suppliscono a qualche inevitabile défaillance vocale.

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Una parentesi sul repertorio più o meno recente della band si apre con “What I Heard” dall’album del 2011 “Panic Of Girls”, seguita da un’esecuzione sfortunatamente spenta della hit del ’99 “Maria”: «ma siete fantastici vi portiamo in tour con noi», osserva stupita Debbie alla fine del pezzo, per gran parte affidato alla voce del pubblico. È incredibile come a quarant’anni dall’esordio i Blondie risultino ancora attuali e senza perdere quell’unicità che li ha contraddistinti sin dall’inizio. “Euphoria” eseguita in medley con “A Rose by Any Name”, entrambe dal nuovo album, e “Rapture” (a conferma di quanto detto sopra) portano in tavola quel tocco di psichedelia senza il quale la serata sarebbe stata incompleta. E cribbio se suonano bene, Stein, immobile per tutta la serata, manco fosse impagliato, alla chitarra è comunque sostanzioso e Burke, che ve lo dico a fare, suona coi controfiocchi.

A risvegliarci dallo stato di vago stordimento in cui versiamo ci pensa un accenno a “Fight For Your Right” dei Beastie Boys, giusto per buttar in tavola un altro genere. Ma aspetta, manca il reggae. Niente paura, arriva “The Tide Is High”, cover dei The Paragons: «un pezzo sull’oceano… ma c’è un fiume a Milano? Un grosso fiume? Un porto?», scherza Debbie, che tra le tante cose che ha capito bene c’è anche quella che a Milano ci sarà tutto, ma di salsedine nemmeno l’ombra. E poi sai che c’è, già che c’erano, i ragazzi, nel bel mezzo del pezzo si sono lasciati andare ad una piccola divagazione dance con “The Groove Is In The Heart” dei Deee-Lite, perché alla fine questa è una festa, alla quale mancano ormai solo “Atomic” e “Heart Of Glass”, intercalate da quella tamarrata di “Sugar On the Side”, il momento veramente basso della serata, che chiudono prima dell’encore. Tornati sul palco i Blondie suonano due pezzi significativi, che dopo una serata sospesi quasi fuori dal tempo ci riportano al presente: “War Child”, «un pezzo scritto nell’82, ma è triste constatare che nulla sia cambiato», e “Dreaming”, per non dimenticarci che “sognare è gratis”.

>>> Blondie, le foto del concerto di Milano

Foto a cura di Rodolfo Sassano.

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