Bobo Stenson – Teatro Studio APdM, Roma 4 dicembre 2009

Bobo Stenson Roma 2009

E’ sempre un piacere ascoltare, e dunque recensire, Bobo Stenson (Svezia, 1944) per il suo pianismo raffinato, per il suo indiscutibile gusto e per la profonda onestà intellettuale. Ho avuto modo di apprezzarlo con il suo trio (è stato recentemente ospite della Casa del Jazz), ma questa sera, ad esibirsi al Teatro Studio dell’APdM, è qui da solo.

La sensazione è quella di avere di fronte un artista che parte da un’idea embrionale: una traccia, un indizio e poco più. Tutto il resto, tutto quanto viene ‘dopo’ (e il ‘dopo’ nella musica è tutto) è affidato al notevole bagaglio di esperienza, alle ore trascorse al piano (BS afferma, in un’intervista, di esercitarsi, a casa, esclusivamente suonando musica classica e di dedicarsi al jazz quando prova in sala con le sue varie formazioni).

Ci propone la ellingtoniana “Reflections In D” e subito si comprende che quello che gli interessa, ciò che davvero gli sta a cuore, è la sequenza di accordi che scivolano mollemente su sé stessi; lui continua a elaborarci sopra, progressivamente, autoalimentando un’ispirazione che ci conduce, giro dopo giro, in una dimensione ‘altra’.

Non so se siamo davanti ad uno “sherpa” oppure ad un “caronte”, non so se ci muoviamo verso l’alto o il basso, sta di fatto che poco a poco ci si dischiude un cammino affatto convenzionale, ricco di immagini e di emozioni. Come spesso vado osservando negli artisti che più mi attraggono è che essi sono sempre difficilmente catalogabili per ‘genere': classica, jazz, perfino un tema un po’ folk come “Alfonsina” può entrare, senza affatto stonare, in un repertorio che è, più che una lista di brani, una di lista di approcci mentali.

Ancora Ellington (riscoperto nella sua dimensione di pianista) con “Passion Flower”, e poi “Golden Rain” (dal bellissimo album in trio “Serenity”) a “There Comes a Time” del grande COMPOSITORE, e lo scrivo in maiuscole, Tony Williams, troppo presto dimenticato dopo la prematura morte, troppo presto relegato nella angusta categoria dei “bravi batteristi” mentre era molto di più.

Il pubblico, silenzioso e attento, apprezza le sfumature, i dettagli, partecipa all’intensità e al controllato fervore della ricerca. Il tempo scorre in fretta e poi Stenson è tutto tranne che logorroico, concentrato com’è a raccontarci quanto di meglio incontrato lungo il cammino.

Asciutto, Bobo Stenson, essenziale. Non una nota in più di quello che serve, nessun artificio retorico; personalmente non chiedo di meglio di questi tempi: la musica come balsamo per le anime inquiete. E di questo tuo lavoro ti ringrazio di cuore, amico mio.

Marco Lorenzo Faustini

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