Bombino, Hiroshima Mon Amour Torino 15 febbraio 2014

bombino-2014

Bombino, nome d’arte di Goumar Almoctar, è un artista unico nel suo genere. In pochi avrebbero scommesso sul suo successo anche qui in Italia, ma la coppia di date che ha appena avuto luogo ha fatto ricredere un po’ tutti. All’Hiroshima Mon Amour di Torino, il 15 febbraio 2014, è avvenuto uno strano sortilegio. Per una sera, nella Black City che nell’ultimo decennio si è cinta di mura elettroniche, un tuareg da Agadez (Niger) e la sua chitarra sono riusciti a far sentire scalze centinaia di persone. Scalze e con la sabbia tra le dita dei piedi.

Fin dall’ingresso è stato difficile non accennare ad un sorriso alla vista delle bancarelle etniche laddove il merchandising l’ha sempre fatta da padrone, ma lo stupore vero e proprio è arrivato nel constatare quanto fosse pieno il locale. L’età media era piuttosto alta, ma si parla solo di pura apparenza, perché sulla note blues di Bombino e della sua ottima band la compostezza tipica degli “anta” ha fatto la fine della proverbiale testa di struzzo. Nascosta sotto la sabbia.
A dire il vero i primi brani della setlist sono stati un falso indicatore dell’andamento dello show. L’assetto acustico della prima manciata di canzoni ha senza dubbio affascinato, ma solo nel momento in cui Bombino ha imbracciato la chitarra elettrica è iniziato il vero spettacolo. Il cambio di registro si è subito ripercosso sull’intera band, così il batterista (unico americano della formazione) ha cominciato a battere dietro le pelli con dei pattern tipicamente più rock e meno rudimentali, mentre il bassista e il chitarrista hanno dato il via ad un gioco di dualità che è proseguito per il resto della serata. Alla compostezza della chitarra ha infatti risposto l’esuberanza del basso, cultiminata nella rimozione del Tagelmust, il tradizionale copricapo tuareg fino a quel momento indossato da entrambi i musicisti. La risposta del pubblico è stata notevole, al punto che dalle prime file si sono alzati anche insperati cori in un’improbabile lingua Tamashek a seguire i flebili vocalizzi del cantante africano, che dal palco non ha nascosto sorpresa e compiacimento, Gli intermezzi tra i brani sono stati a dir poco esilaranti: dal centro del parterre arrivava puntualmente un sonoro “BOMBINOOO” a cui l’artista rispondeva prontamente con un “Eeeeeeh, ça va!”. I virtuosismi partoriti dalla chitarra di Bombino nelle battute finali del concerto hanno infine chiarito quale sia la caratura artistica di questo ex pastore, che durante i pascoli tra l’Algeria e la Libia ha imparato dai dischi di Jimi Hendrix e Mark Knopfler a rendere lo strumento a corde una bacchetta magica, con cui muovere ed emozionare il pubblico.

Non è da escludere che per molti dei presenti questo concerto fosse una scommessa, un investimento di una minima somma di denaro per scoprire il fascino del desert-blues e ascoltare la voce della ribellione di un tuareg.


Condividi.