Calexico – Rolling Stone, Milano 18 ottobre 2008

 

Una data unica italiana per presentare dal vivo il nuovo disco “Carried to dust”. Riecco i Calexico tornare sul suolo nostrano. Ancora sul palco del Rolling Stone. E ancora con una sorpresa finale, come l’ultima volta in occasione del tour di “In the reins” con Iron & Wine.

Ma andiamo con ordine.
Sul palco la band di Tucson arriva alla spicciolata. Parte Joey Burns accompagnato da una steel guitar con un pezzo pacato e country. Arriva poi John Convertino e le sue rullate con le spazzole accompagnano un altro brano raccolto. Poi tocca al resto del gruppo: contrabbasso, una chitarra elettrica e due trombe. E proprio quando i fiati alzano i toni, l’atmosfera si scalda e diventa più palpabile la spinta lirica.

Nell’ora e mezza di concerto i Calexico mostrano alla perfezione quello che sono ora. Anzi quello in cui si sono trasformati dal penultimo disco “Garden Ruin”. Meno suite strumentali e più canzoni quadrate, melodiche, dal sapore pop, stemperando le emozioni desertiche e assolate del passato. I brani che si succedono sono per la quasi totalità dagli ultimi 3 lavori, a parte un paio di incursioni in “The black light” (1998), che rimane il loro disco migliore.
La vena di Burns e soci è chiara dall’uscita di quest’anno. “Carried To Dust” conferma il nuovo corso. E anche dal vivo i brani diventano canzoncine e sono ancora più radiofoniche. I suoni sono curati e la band suona come un concerto in una sala teatrale: arrangiamenti ed esecuzione di classe.
L’effetto è quello di vedere uno dei tanti gruppi bravi ma che si dimenticano facilmente. Mancanza di emozioni forti. Mancanza di quel caleidoscopio di musiche tradizionali, popolari e colte che mischiavano quasi contemporaneamente: fiesta mariachi, paesaggi di Morricone, umori gipsy, jazz, musica da camera. Non è che abbiano cambiato genere musicale. Si ritrovano tutte quelle componenti elencate ma sono separate, anzi scisse, ed annacquate in una vena più da airplay.

Fortunatamante il finale col botto risveglia l’atmosfera. Tutto come da copione annunciato.
Nell’edizione italiana di “Carried to dust” è presente “Polpo d’amor”, scritta ed interpretata da Vinicio Capossela. E nel disco appena uscito del cantautore nostrano, “Da solo”, la canzone “La faccia della terra” è stata registrata durante l’anno a Tucson proprio con l’aiuto di Burns e Convertino.
Così Vinicio arriva sul palco mascherato e accolto da un tifo da ovazioni da stadio. Bombetta, mantello cosacco, maschera da mare e guanti palmati per eseguire il suo “Polpo d’amor”. E poi concede il bis cantando la sua “La faccia della terra” con accompagnamento calexiano.

Luca Freddi

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