Chilly Gonzales – Auditorium Parco della Musica, Roma 22 ottobre 2010

Avvolto in quella sua vestaglia scura (che i suoi detrattori definirebbero “accappatoio”) e indossando comode scarpe da casa (che i suoi detrattori definirebbero “ciabatte”) in sequenza il Nostro si siede, apre il copritastiera dello Steinway & Sons. ed esegue tre brani di fila.

Un suono pulito, un tocco classico, questi pezzi fluttuano dal ragtime di Scott Joplin a un curioso melange tra Debussy e Chopin senza tralasciare qualche generosa spruzzata di note e scale blues.

Gonzales sa suonare e molto bene. E’ come ritrovarsi in quelle sale dove si proiettavano film muti e il pianista, un occhio allo schermo e l’altro alla tastiera, nel buio, provava a cavar fuori, amplificandole, le emozioni che la trama della pellicola suggeriva.

Ecco: è un po’ tutto questo ma senza il film sullo sfondo. E Gonzales ci riesce, non saprei dirvi come, ma ci riesce.

Poi è tutto l’animale da spettacolo che viene fuori, battute, rap (“l’unico genere musicale nato dopo che sono venuto al mondo”), il pubblico chiamato a fare da background vocalist, lunghi, simpatici sproloqui dove il melos (il suono) è alternato al logos (alla parola), dove la “Elisa” di “Per Elisa” sposa “don Vito” del “Padrino”.

Simpatico, autoironico, Gonzales sembra conoscere fino a che punto ci si può spingere. Prende in giro i Romani (non gli Antichi Romani! ) che, secondo un SMS che ha ricevuto da un amico “urlano e gesticolano sempre”, ci insegna ad applaudire alla giapponese, loda “King Silvio” che, se non altro, è un uomo di spettacolo assai meno noioso del Primo Ministro canadese del quale ignora perfino il nome.

Una canzone sul rancore, un’altra sul piacere che ti da ascoltare l’eco delle tue parole in una stanza vuota… ecco di nuovo questo egocentrismo che, inspiegabilmente, riesce a trasformarsi in un flusso di positiva empatia pur essendo l’opposto completo del ‘politically correct’.

Anch’io vorrei essere un po’ così. Da oggi studierò molto di più il pianoforte e imparerò a suonare, amabilmente, a gambe accavallate. Magari aggiungerò una tazza di the verde che, mi dicono, è anche antiossidante. Che dite? Ci provo?

Molto buono, anyway.

Marco Lorenzo Faustini

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