Bobo Rondelli Roccabianca (Parma) 19 ottobre 2013

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Figura abbastanza atipica nel panorama cantautorale italiano, Bobo Rondelli è una sorta di “Vernacoliere” in versione brass&roll. Con il suo “Orchestrino” ha divertito il pubblico del Barezzi Festival, accorso all’Arena del Sole di Roccabianca (Parma) per ascoltare le storie e le canzoni del songwriter livornese, fresco dell’album “A very famous local singer”. Rondelli ha un seguito di culto che dalla natìa Toscana va espandendosi nel paese, a colpi di brani azzeccati e una grande capacità di raccontare e raccontarsi, con molta autoironia.

Così il concerto, dopo diversi problemi tecnici sui quali Bobo costruisce un autentico tormentone, si parte con una “Femme Fatale” dal repertorio dei Velvet Underground (“Una sorta di masochismo, così sentite che ciofeche vengono dopo, scritte da me”) per scivolare in una “Il cielo è di tutti” dal ritmo incalzante quasi vodoo, in puro stile Bo Diddley. Non durano più di due o tre minuti, le canzoni di Rondelli, come i 45 giri di una volta, ma ti trascinano nel suo mondo fatto di bar, di individui molesti, (al “Palloso” è dedicato un intero brano), di amori difficili, di amicizie rese solide da uno sfotto’ quotidiano. Se solo ti dimentichi che più che un concerto questo è un libero cazzeggio tra amici, una cerchia da cui all’inizio ti senti un po’escluso poi alla fine ci sei ormai entrato, a pieno titolo. La band in gran spolvero presenta fiati in evidenza (tromba, sax tenore e sax baritono) e percussioni che colorano la musica eterogenea, tra dondolii  swing e tex mex, calore blues (ad un certo punto dal nulla parte  “I’m a Man” di Muddy Waters), ballate malinconiche e tenere, rock and roll casareccio (l’immortale “Ventiquattromila baci” di Celentano, già azzannata da Mike Patton, ma anche “Ho picchiato la testa” scritta con gli Ottavo Padiglione), balcani e atmosfere circensi, cabaret e melodramma. Nella “revue” Rondelliana c’è posto un po’ per tutto, è una delizia per gli onnivori.

Se ne vanno così quasi due ore in cui Bobo ha preso in giro se stesso e mezzo mondo (Berlusconi compreso, con esilarante cronaca del mancato sbarco a Livorno), ha esplorato la musica di vari continenti, ha reso omaggio alla memoria dello zio Berto, fucilato dai fascisti e ricordato le proprie radici emiliane: il padre viene da Vergato, zona appenninica di Bologna.

Barezzi si conferma festival interessante ed eterogeneo. Il 23 proporrà Gary Lucas, chitarrista di Jeff Buckley e poi il 31 Joseph Arthur, per concludere il 16 novembre con gli Ulver sinfonici insieme all’orchestra. Un bell’assortimento, non c’è che dire.


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