Foals – Milano, Alcatraz 24 ottobre 2013

Pochi giorni fa i Foals (in concerto a Milano il 24 ottobre 2013 qui sopra) si sono aggiudicati il Best Live Act ai prestigiosi Q Awards, avendo la meglio su una concorrenza da tripla A. Se da un lato dare il premio ai Muse sarebbe stato troppo scontato, darlo ai Foals è stato per molti una mossa inaspettata. Io stesso mi sono chiesto se fosse davvero lecito. La risposta arriva direttamente dalla band di Oxford all’Alcatraz.

A fare da spalla i No Ceremony, che intrattengono un esiguo numero di spettatori già presenti con un synthpop meno orecchiabile rispetto alle nuove tendenze europee. Forse un miglior lavoro di sound checking avrebbe reso l’esibizione più apprezzabile, ma a posteriori  l’ipotesi è che dei supporter parleranno giusto i redattori, perché quello che è accaduto dalle 21.30 in avanti non lascia spazio a contorni. Metà locale a disposizione, per farci stare tutti belli serrati e far muovere un po’ anche quelli che guardano il pogo divertiti ma dalla giusta (si fa per dire) distanza. E dirsi prima del concerto: “Sì ma io qualche live dei Foals l’ho visto in giro per il web. Non si poga tanto no?”. Una di quelle frasi che poi gli amici ripeteranno negli anni a venire ogniqualvolta ci si ricorderà della serata. E rincarare la dose con: “Ma oltretutto fanno solo 13 pezzi.”.

Foto di Rodolfo Sassano

Non siamo a San Siro, non c’è il Boss sul palco e chi suona non ha una discografia a due cifre alle spalle, ma non è solo per questo che i 13 brani non lasciano insoddisfatti. Ottime luci, ottima acustica, Yannis Philippakis inarrestabile. Ogni pezzo dal vivo sorpassa il lavoro in studio. Basta Miami per la detonazione. Blue Blood alza la posta in gioco, ma è My Number lo spartiacque tra l’avvio esplosivo e la consapevolezza di essere al concerto che avresti sottovalutato anche con le migliori aspettative. L’apoteosi con Spanish Sahara, che renderà riduttivo ogni ascolto dall’album, e Late Night. Una bella sorpresa sta in mezzo a questi due singoloni, e si chiama Red Socks Pugie. Il ballo diventa quasi convulsione, dietro le pelli si picchia duro e anche il gruppo si lascia andare ad attimi di follia: Jack Bevan sale in piedi sulla batteria e Jimmy Smith lancia le chitarra. Con Electric Bloom poi è il frontman stesso a lasciare da parte ogni inibizione, abbandonando la chitarra per dedicarsi alle percussioni, prima di regalarsi alla folla con un po’ di sano surf. L’encore è il migliore che si possa desiderare, con Inhaler, una dichiarazione d’amore (“stasera ci avete fatto battere forte il cuore”) e Two Steps, Twice.

Mettiamo le cose in chiaro: chiunque di noi se fosse su un palco vorrebbe un pubblico italiano davanti. E anche i Foals hanno capito che aria tira da queste parti. Yannis ha esplicitamente detto che dovrebbero passarci più spesso. D’altra parte il piccoletto greco con la chitarra bella alta è stato il primo a godersela. Tolta la statura e lo strumento, all’Alcatraz c’erano una vagonata di cloni Yannis-like. Barba, ciuffo, e potrei quasi giurare di aver visto qualche neo sulla guancia. Ma quanti di loro posso dire di essersi tuffati dal palco come all’acquapark? Uno solo. Quello che ha fatto il giro del locale tra il pubblico per andare al bar a bersi uno shot e ha anche indossato la bandiera greca urlando ripetutamente a gran voce “UNA FACCIA UNA RAZZA”, l’emblema della connessione tra italiani e greci e, in quest’occasione, l’emblema della connessione tra una band in ascesa e il suo pubblico.


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