Concerto Le Luci Della Centrale Elettrica Magnolia Milano 19 gennaio 2012

Concerto Le Luci Della Centrale Elettrica Magnolia Milano

Si aggira la nebbia lungo la tangenziale A51 che porta fino dalle parti dell’idroscalo, un po’ fuori Milano. Ci si trova al Circolo Magnolia per l’esattezza, frequente meta di artisti appartenenti al circuito indipendente italiano ed estero. Questa volta tocca a Vasco Brondi, in arte Le luci della centrale elettrica, che torna nel capoluogo lombardo per la promozione del nuovo EP uscito lo scorso dicembre, intitolato “Ci eravamo abbastanza amati”, per La Tempesta Records.

La dimensione da circolo ARCI (palco bello stretto e luci minime nella sala principale, zona fumatori a lato con un biliardino pronto all’uso di chiunque e un bar di fronte con tanto di partita di calcio in onda) non potrebbe essere più adatta ai toni del musicista ferrarese, ai suoi accordi, al mondo nei suoi testi dipinto con colori grezzi, industriali.

Ad aprire il tutto ci pensa Roberto Dell’era, bassista degli Afterhours qui in versione solista, accompagnato unicamente dal violinista Rodrigo D’Erasmo, anche lui nel giro della band milanese: una buona ventina di minuti che scorre discretamente tra ballate britpop, inediti in pieno stile cantautorale e qualche accenno di improvvisazione blues (forse un po’ azzardata).

Ad ogni modo, passati non molti minuti dall’ultimo strascichio di applausi per il duo milanese, calano Le Luci sul palco. Brondi, un po’ sbattuto in volto, saluta il pubblico e ringrazia per l’affluenza (davvero cospicua) nonostante le pessime condizioni meteorologiche, infine imbraccia la chitarra e insieme agli altri tre componenti della band – come da copione – intona le prime note di “Cara Catastrofe”.

Una premessa, prima di raccontare quanto è avvenuto nelle due ore seguenti. Ho visto per la prima volta Vasco Brondi nel 2008, suonava all’ippodromo del mio piccolo comune. Era lì solo con Giorgio Canali, che si mangiava due salamelle nel tavolo di fianco al mio. Quelli che sentii quella sera erano i brani estratti da “Canzoni da spiaggia deturpata“, cupe ballate acustiche intervallate da voci urlate come cingolati e solitarie incursioni elettriche a segnarne i risvolti. Tutto sulla falsariga delle tracce registrate nel cd insomma, come fu sulla falsariga di questo il secondo lavoro, “Per ora noi la chiameremo felicità. Da qui andai notando le molte critiche, le voci fuori dal coro adorante, i presupposti di auto-plagio per molti, di scarsa creatività o meglio, di creatività ridondante per altri.

Ma vorrei sottolineare che ora, avendo ascoltato nuovamente Brondi dopo quasi quattro anni, fatico veramente a capire certe insinuazioni. La sua evoluzione è stata davvero notevole. Molte delle canzoni proposte al Magnolia sono state le stesse che sentii anni fa, eppure totalmente diverse. Vengono lasciate ai dischi le atmosfere “relativamente” leggere a cui le sue performances acustiche possono ambire, mentre il live è pasto per chitarre graffianti, incursioni di synth e la presenza costante di una batteria tonante seppur minimale (non sono lì certo per fare hard rock del resto).  Arrangiamenti che donano un volto totalmente nuovo a brani come “L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici”e “Le petroliere”, e che amplificano la carica di altri quali “Anidride Carbonica” e “La gigantesca scritta Coop”.

Ci sono poi i nuovi brani, quelli dell’EP: ne vengono eseguiti ben quattro, a partire da “Un campo lungo cinematografico”, canzone scritta e interpretata da Brondi per il film Ruggine, passando per le cover di Battiato (Summer on a solitary beach) e dei CCCP (davvero splendida la riproposizione di “Emilia Paranoica”) fino ad arrivare al probabile nuovo singolo cult, “Ci eravamo abbastanza amati” – in sintesi, una canzone meravigliosa.


Come fosse niente, Brondi trova anche il tempo per dei monologhi, urlati con la sua lingua veloce e saettante composta di immagini; per varie discese nel pubblico e spallate alle casse appese ai lati del palco; infila nei momenti di vuoto registrazioni di un Leo Ferré che recita “Solitudine”, magnifica poesia, a cui il secondo album deve persino il nome.

E il pubblico non è certamente da meno, lo asseconda con i gesti e con la voce, nonostante un paio di momenti spenti dovuti alla novità di certi pezzi. Ma appena si riconosco gli arpeggi iniziali di “Quando tornerai dall’estero” non c’è una bocca che stia chiusa, si canta, è inevitabile. Stessa cosa succede nel finale ancora con maggior forza, sia per il manifesto “Piromani”, sia in “Per combattere l’acne”, sulle note della quale Le luci della centrale elettrica ci danno la buonanotte, mettendo agli archivi una prestazione davvero spettacolare.

Setlist:
Cara Catastrofe – La lotta armata al bar – L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici – Summer on a solitary beach – Anidride carbonica – Le petroliere – Un campo lungo cinematografico – Quando tornerai dall’estero – Emilia paranoica – La gigantesca scritta Coop – Ci eravamo abbastanza amati – I nostri corpi celesti – Le ragazze kamikaze
Encore:
Piromani – Per respingerti in mare – Per combattere l’acne

Andrea Suverato

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