Concerto Peter Gabriel Milano 7 ottobre 2013

Ci sono mille ragioni valide per odiare Peter Gabriel: tipo che è un pigro bastardo, che non fa un bel disco dal ’92, che quando vuole fare cassetta lo si capisce lontano un miglio, che si perde in mille progetti collaterali sconclusionati… Ieri sera però, al concerto sold-out del Forum di Assago, non ci ha dato neanche una ragione per odiarlo.
Anzi.

E’ risaputo che il grado di coinvolgimento di un concerto è misurabile dalle sigarette che NON mi fumo: beh, il pacchetto di Winston blu è rimasto sigillato, dimenticato in una tasca. E’ stata una di quelle serate dove non riesci neanche a staccarti un attimo per farti una media chiara. Nonostante il programma del tour Back To The Front fosse noto da tempo (antipasto acustico, set elettrico/elettronico, riproposizione integrale del best seller So del 1986), è tutto andato oltre le più rosee aspettative. Peter ha offerto una prova vocale impressionante, dando dimostrazione di classe, abilità, esperienza, tecnica, carisma. Non c’è altro modo per definire un 63enne che quando parla ha il fiato corto e un secondo dopo attacca a cantare a cannone, con nonchalance, come vent’anni fa.


Pelle d’oca costante, con “Come Talk To Me” e “Shock The Monkey” subito in apertura nel set acustico, tanto per far capire che non c’è tempo da perdere. Tra i punti più alti del set elettrico vanno “Diggin’ In The Dirt” e una perfetta “Secret World” da Us (1992), “No Self Control”, l’immortale “Solsbury Hill”, piazzata a sorpresa lì in mezzo, e pure un pezzo nuovo veramente molto bello.
So” non ha bisogno di presentazioni: il suo best-seller, uno dei dischi più famosi degli anni ’80, pieno zeppo di classici.

Foto 1-12 Marco Brambilla; 13-18 Rodolfo Sassano

E’ stato un trip da lacrime, emozioni costanti: oltre al mega-iper-singolazzo “Sledgehammer”, orecchie aperte al massimo e occhi sgranati per “Red Rain”, “Don’t Give Up” (applausi scroscianti per la corista) e “Mercy Street”. Se proprio vogliamo fare i fiscali, un piccolo ‘calo’ c’è stato con “Big Time”, forse proposta in maniera un po’ troppo accademica e con meno tiro dell’originale (e forse con i bassi un po’ sotto di volume). Ma è davvero una briciola in una serata dai suoni perfetti.

Bis con il momento più elettro-trip-dance del controverso OvO e finale solenne con “Biko”. Meno teatralità ed eccentricità rispetto agli ultimi tour (il palco è lo stesso del 1987, quello con i bracci meccanici, come testimoniato nel video Live in Athens) e tutte le ‘risorse’ dedicate alla band: il gommoso Tony Levin al basso (sintentizzato, chapman stick e quant’altro), il sempre ottimo David Rhodes alla chtarra, il ritorno di quel polipo di Manu Katché alla batteria (vederlo fare le cose che fa con leggerezza e il sorriso sempre stampato in faccia è disarmante) e David Sancious alle tastiere. Due ore e un quarto da lacrime, che ti fanno perdonare tutto.

Marco Brambilla


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