Concerto Santana Padova Hydrogen Festival 5 luglio 2013

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Grandi vecchi, fuori uno. Il concerto di Santana del 5 luglio per ottomila persone si svolge in una location da urlo, l’anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta (Padova) al quale fa da sfondo la bellissima Villa Contarini per l’avvio dell’Hydrogen Festival 2013, ben organizzato da Zed, felice esempio di collaborazione tra pubblico e privato. C’è chi può assistere ai concerti con uno sconto, solo perché paga la  bolletta dell’acqua di Etra. Fortunati, questi veneti.

Il cielo sopra Piazzola è corrucciato, ma la pioggia non arriva se non a sprazzi (men che meno nel privee Company dove siamo felicemente sistemati) e così la folla può godersi la fuente del ritmo, che parte subito con “Toussaint l’Ouverture” mostrando subito la forza del collettivo. Non c’è traccia del Devadip meditativo. Solo Carlos, l’Eroe dei Tre Mondi, l’uomo che ha unito nel suo sound Europa, America e Africa ben prima che si usasse il termine “world music”, che ha sdoganato rumba e cha cha presso noi rockettari. La sua è una macchina precisa e scintillante, in cui spiccano capelli grigi e saggezza musicale (il leggendario Raul Rekow e Karl Perazzo alle percussioni, la batteria di Dennis Chambers, il basso da paura di Bennie Rietveld che si concede un solo a là Pastorius, le tastiere costeriane di David K. Mathew) e due cantanti giovani non sempre all’altezza, però, come nella “Black Magic Woman” dei Fleetwod Mac rovinata da vocalizzi di troppo.

Quando parte “Gypsy Queen”, inframmezzata di citazioni che vanno da “Volare” ai Beatles (“While My Guitar Gently Weeps”) è pura energia sonora da parte di un sessantaseienne che riesce a mandare a casa parecchie generazioni successive. Un concerto di Santana è sempre una festa, musica colorata e brillante che scorre via, aiutata da un’ottima sezione fiati. Dopo la rumbeggiante “Oyo Como Va” di Tito Puente, maestro di latin-jazz, “Europa” scivola progressivamente nella sesiòn cubana (niente Zucchero, por favor) di “Corazòn Espinado”, hit del ’99 da “Supernatural”. Con roba così, Santana si fa perdonare la modalità piaciona di “Maria Maria” che comunque manda a ballare decine di migliaia di persone e scusate se è poco. Lui, al centro della scena, dirige un’orchestra potente e agile, impenna la chitarra nel bending di cui è maestro, fra rientri languidissimi e ripartenze potenti. C’è ancora spazio per una variopinta “Incident at Neshabur” con citazioni che vanno da Morricone a Bruno Martino (“Estate”), ancora ai Beatles (“Eleanor Rigby”, stavolta), sterzate reggae e torrido blues chicano. Alternando le ultime cose ai classiconi, Santana mette d’accordo tutti, esplora un repertorio sterminato cavandone le cose migliori, affinate con gli anni come un buon vino.

Se qualcosa gli si può rimproverare è la scelta dei cantanti, non sempre in linea con una tradizione formidabile e una “O sole mio” decisamente ruffiana cantata con il pubblico. Ma sono inezie. Carlito’s Way oggi è questo, prendere o lasciare. Personalmente, prendo. E “Jingo” con il suo tam tam primordiale è sempre emozione pura, nel segno di Mother Africa. Il bis inizia con una ruggente “Soul Sacrifice” e termina con la benedizione del Nostro: “Fate che ogni giorno della vostra vita sia il migliore”, passando per “Rock’n’Roll” dei Led Zeppelin, cori a cappella, batuka sfrenata, dubbing e varia umanità. Boato.

Successo pieno, su un palco stellare che attende in rapida successione, dopo Santana,  Mark Knopfler (12 luglio) e  Crosby Stills and Nash (20). Ma siamo nel 2013 o negli anni Settanta?


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