Concerto White Lies Milano 4 dicembre 2011

La prima volta che vidi i White Lies live era il 2009 a Roma con Franz Ferdinand e The Killers. Si erano da poco affacciati sul panorama musicale mondiale, e ricordo che li trovai tanto interessanti quanto un po’ troppo noiosi dal vivo.

Posso oggi affermare con immensa gioia che i White Lies di un tempo non esistono più, adesso c’è una band consapevole dei suoi potentissimi mezzi, dei ragazzi cresciuti sotto ogni aspetto e, dunque, molto più sciolti sul palco e aperti nei confronti del pubblico, sempre molto caloroso nei loro confronti. Questa di Milano è la quinta data in Italia nel 2011 (dopo l’apertura agli Arcade Fire, l’I-Day Festival e le date di Roma e Padova dei giorni scorsi), ma nonostante ciò l’Alcatraz è praticamente quasi pieno.

Guarda le foto del concerto di Padova

Da citare le due band in apertura, entrambe molto interessanti: Bianco, progetto portato avanti da un ragazzo torinese e arrivato sul palco dell’Alcatraz grazie a Mtv Generation (e affiancato da, sue testuali parole, “i musicisti più bravi del mondo”), e The Duke Spirit, band londinese come gli headliner, con una frontwoman con voce potentissima e sound niente male. Promossi entrambi a pieni voti.

Il concerto dei White Lies è lungo abbastanza da accontentare tutti quanti, e si apre con “A place to hide”, che nonostante non sia mai uscita come singolo, è sicuramente una delle canzoni più amate dai fans,  che infatti accolgono molto calorosamente il gruppo, (nonostante qualche problemino vocale del cantante Harry, che però fortunatamente resta un episodio circoscritto al primo brano. Perdoniamolo, ha una gran voce e molta esperienza, ma ha pur sempre vent’anni). Dal secondo brano in poi, “Strangers”, i Nostri aggrediscono l’Alcatraz con delle performance perfette, districandosi magnificamente nel labirinto delle loro canzoni cupe e dark, proponendo una ben amalgamata miscela di singoli vecchi e nuovi,  da “To Lose My Life” a “E.S.T” passando per le bellissime ed emozionanti “ Price Of Love” e “From The Stars”, tutte  contenute nel primo album “To Lose My Life” (che ai tempi balzò al numero uno nella classifica Uk spodestando chiunque e rendendo possibile al complesso di suonare in tutti i più grandi festival del mondo), sino a giungere ad “Holy Ghost” e “Is Love”, tratte da “Ritual“, lavoro uscito ormai quasi un anno fa. Apprezzata moltissimo anche l’esecuzione di “Taxidermy”, brano che non è mai stato incluso in un album ma è uscito solo in digital download, e la splendida “Come Down”, traccia di chiusura di “Ritual”, dove Harry si toglie la chitarra e spiega al pubblico chequesto brano non è stato mai eseguito live, abbiamo deciso da poco di aggiungerlo in scaletta per questo tour” ed è, a mio avviso, un esperimento ben riuscito e anzi, il brano meglio eseguito di tutto il live.


Tripletta di chiusura finale azzeccatissima, a partire da “Unfinished Business”, uno dei primi brani scritti dalla band, passando poi per “The Power and The Glory” e “Bigger than Us”, rispettivamente il penultimo e il primo singolo estratti da “Ritual”, entrambe molto energiche, anche se molto diverse tra loro.

E’ stato strano vedere Harry sorridere e divertirsi (in un momento ha anche chiesto al pubblico di alzare le braccia al cielo e di muoverle a destra e a sinistra e lui ha fatto lo stesso…), ma è stata l’unica sorpresa della serata, perché non mi stupisco più del loro essere così potenti dal vivo, non mi stupisco neanche più della risposta calorosissima del pubblico, e adesso che finalmente hanno imparato a  interagire con gli spettatori, anche solo con un “ciao” o un “cantate con me” sono davvero una band da tenere d’occhio, perché hanno ancora così tanta strada davanti a loro e così tanto tempo per migliorare che possiamo solo aspettarci grandi ma grandi cose in futuro.

Setlist: a place to hide, strangers, to lose my life, is love, holy ghost, E.S.T, streetlights, price of love, farewell to the fairgroung, from the stars, taxidermy, peace&quiet, come down, death, unfinished business, the power and the glory, bigger than us.

Denise D’Angelilli, Foto Rudy Sassano

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