Crosby Stills & Nash Padova 20 luglio 2013

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“Wooden Ships” e “Suite: Judy Blue Eyes” e cinquemila persone tutte in piedi. Alla fine, si torna sempre là. Perché quando hai fatto la storia a Woodstock, è inevitabile che le buone vibrazioni  ti riportino laggiù, dove ogni sogno sembrava possibile. Crosby Stills Nash dal vivo a Piazzola sul Brenta (Padova) per Hydrogen Festival 2013 non è però solo nostalgia. E’una festa collettiva della musica, condotta da tre arzilli vecchietti (Nash 71, Stills 68, Crosby addirittura 72) che dimostrano quanto ancora siano vivi. David è il solito guru, Graham sempre più leader del trio, Steve senza più voce ma con un’anima grande, e l’abilità chitarristica inalterata. Guitar Man.

Si parte dopo le note immortali di “A Day in the Life”, con una pimpante “Carry On” che insieme a “Marrakech Express” serve a scaldare a dovere la band (c’è anche il figlio ritrovato di Crosby, James Raymond alle tastiere insieme a Tod Caldwell, più Steve Di Stanislao batteria, Kevin McCormick basso, Shane Fontayne chitarra, gente che ha suonato nell’ordine con David Gilmour, Jackson Browne, Bruce Springsteen, mica paglia) ma i brividi arrivano con “Long Time Gone” che riporta ai fasti di “Four Way Street”. Sono rimasti in tre, e sul lato elettrico la mancanza della chitarra acida e della voce vitrea di Neil Young si fa sentire, malgrado gli sforzi di Fontayne, ma il feeling è inalterato sulla successiva, delicata “Just a Song Before I Go” e le pennate stillsiane di “Southern Cross”.

Delle nuove produzioni, le cose migliori sono  “Burning for The Buddha” che riprende, attualizzandola alla questione tibetana, l’invettiva politica di “Chicago” e la blueseggiante “Exit Zero”. Stills si produce in una bella versione di “Bluebird” (introdotta modestamente: “un brano che ho scritto quando era un ragazzino”) e poi in una “Tree Top Flier” discorsiva, stile talking blues. Ma è Crosby a strappare la prima standing ovation quando, dopo “What are their names” (e qualche frecciata ai governi di tutto il mondo) dice: “torniamo alle canzoni d’amore” e parte un’ accorata, stupenda “Guinevere”. La voce di David, una delle più belle del rock, è inalterata malgrado anni di autoabusi e disavventure personali,come nella sorprendente rilettura elettrica di “Triad”.

E lui è lì, capelli bianchi al vento e baffoni, uno zio bonario capace di tirar zampate come in una lancinante “Almost Cut My Hair”. Di Nash, piacione su “Our House” (classica canzone acchiapparagazze, che fa partire i primi cori del pubblico) si segnala anche “Cathedral”, riflessione acuta sui danni della religione, introdotta dall’organo a canne di Caldwell Poi altre gemme come  una “Love the One Your With” più funkeggiante del solito, “Teach Your Children” preceduta da un boato, “Dejà Vu”. Maestri del saliscendi musicale, dell’intreccio vocale, CSN sono oggi più Crosby e Nash che Stills e infatti Steve deve rinunciare a qualche canzone in favore dei due più in forma, vedi “Wooden Ships” o “Helplessy Hoping”. Ma ce la mette tutta è alla chitarra è sempre un grande. Quando vedi i miti della tua giovinezza su un palco, invecchiati ma sempre in palla, vogliosi e divertenti, allora chiamale se vuoi emozioni. E alla fine siamo tutti in piedi, in coro, per quelle “navi di legno” che ci piace pensare corranno libere e leggere anche adesso, dopo nove presidenti, il Vietnam, il Watergate, l’Iraq, l’Afghanistan, Guantanamo e Ground Zero. Una storia che si intreccia alla nostra e ci rimane, laggiù dalle parti dove sorridono ancora gli occhi azzurri di una Judy.

Setlist: Carry On, Marrakesh Express, Long Time Gone, Just a Song Before I Go, Southern Cross, Lay Me Down, Our House, Time I Have, Exit Zero, Bluebird, Dejà Vu, Love The One You’re With, Helplessly Hoping, Teach Your Children, Treetop Flyer, What Are Their Names, Guinnevere, Burning for the Buddha, Triad, Cathedral, Chicago, Almost Cut My Hair, Wooden Ships, Suite: Judy Blue Eyes.

Paolo Redaelli


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