Depeche Mode, Palaolimpico Torino 18 febbraio 2014

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A sette mesi di distanza dal tour estivo negli stadi, i Depeche Mode sono tornati in Italia per una serie di tappe indoor. La prima di tre date nello Stivale ha avuto luogo nel più capiente Palasport nostrano, il Palaolimpico di Torino.

Specificare la fulmineità del sold out è ridicolo tanto quanto stupirsi del generale stato di fibrillazione nei pressi di Piazza D’Armi. Quello dei Depeche Mode è il classico concerto durante il quale non ti puoi liberare del sorriso da ebete. Ti si stampa in faccia alla prima ipnotica movenza di Dave Gahan e si fa da parte solo negli intermezzi cantati da Martin Gore, per far spazio al trasporto emotivo. La sensualità e l’estrosità degna del miglior patto col demonio, contrapposta al pathos e all’imperturbabilità del chitarrista. Per il resto il solito pacchetto premium: una scaletta dalla precisione chirurgica e lo show nello show che il frontman ha costruito negli anni e reso perfetto, grazie anche ad una sindrome da Peter Pan che gli permette di mantenere intonso tutto il suo carisma. Si passa dai cori per i classici senza tempo come “Enjoy the Silence” e “Personal Jesus” alla conferma del grande potenziale del nuovo materiale, trainato dal singolone “Heaven”.
Assistere a questo concerto è anche importante per capire e rivalutare il lavoro di un gigante come Anton Corbjin, storico fotografo che li segue ormai da vent’anni e che ha disegnato il palco del Delta Machine Tour. Lo stage, che non aveva particolarmente convinto nel contesto dello stadio, trova nel palazzetto la sua giusta dimensione. Anzi, a dire il vero è Gahan stesso a rendere l’indoor più adatto all’esibizione: provateci voi a seguire i suoi movimenti dal terzo anello di San Siro!
Una delle immagini più significative della serata ci viene regalata ancora una volta dal frontman, che illuminato solo dai led posti sotto al piano rialzato, batte il cinque al batterista Christian Eigner per congratularsi della riuscita del pezzo. Una mossa genuina e carica dell’energia positiva che pervade il palco durante ogni singolo pezzo. Ma a voler essere pignoli, il buon vecchio Eigner è un turnista. E dopo aver assistito alla sua ennesima performance strabiliante, viene ancora una volta da chiedersi perché diavolo il suo nome non compaia meritatamente nella line-up ufficiale della band. È dal lontano 1995 che il posto un tempo ricoperto da Alan Wilder rimane vacante e vista la chimica tra il musicista austriaco e il resto del gruppo si fatica a trovare un solo valido motivo per non voler formalizzare un sodalizio così idilliaco. E questo, a conti fatti, è l’unico appunto, l’unico dubbio che può trovare spazio nella celebrazione dei sovrani del synthpop.

Lasciano il palco chiudendo la prima tappa italiana del 2014 dopo poco più di due ore di durata, culminate nella formidabile tripletta “Just Can’t Get Enough”, “I Feel You” e “Never Let Me Down Again” che lascia il pubblico in piedi in silenzio, con gli occhi spalancati e il battito a mille, a sperare in un secondo encore che non arriverà mai. Ce l’hai fatta ancora una volta Dave, ci hai costretto alla riverenza e nessuno ha udito “Abracadabra”.


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