Die Antwoord Milano City Sound 20 giugno 2014

Partiamo da un presupposto: non è che i Die Antwoord mi facciano impazzire. Anzi, un pochino mi disturbano. Ma, allo stesso tempo, mi incuriosiscono, forse perché sono dotati di quel fascino morboso che ha spinto mezzo mondo a guardare un video intitolato “2 Girls 1 Cup” e a pentirsene subito dopo. Per cui sì, quando ho saputo che avrebbero suonato nelle vicinanze, ho pensato che sarebbe stato interessante verificare di persona come possa essere un loro show dal vivo. Freschi del nuovo album “Donker Mag”, Ninja e Yo-Landi Vi$$er hanno fatto tappa a Milano per l’Alfa Romeo City Sound, e così ho pensato bene di andare a sentirli nella serata in cui tutti giustamente erano a San Siro per i Pearl Jam.

 Siccome ho una certa età, per la precisione l’età di JC – non lo Jacopo Casati ben noto ai lettori di Outune, bensì quell’altro JC, quello meno famoso vissuto duemila anni fa e che arrivato ai 33 anni ha fatto una brutta fine – prima di uscire di casa ho preso delle precauzioni: primo, memore del concerto dei Blur all’Ippodromo dell’anno scorso, mi sono portato dietro un flacone di Vape contro le zanzare; secondo, ho tirato fuori una felpina dall’armadio, che sennò poi vai a vedere che col fresco della sera mi busco un malanno. Solo che una volta che arrivo all’Ippodromo mi accorgo nell’ordine che: di zanzare ce ne saranno giusto tre o quattro (saranno tutte a vedere i Pearl Jam); ho dimenticato a casa la felpina, come mi fa notare una folata di vento fresco, presagio di futuri acciacchi. Per fortuna, a tirarmi su il morale ci pensa la ragazza alla cassa accrediti, che assieme al mio biglietto mi consegna tre free drink e un braccialetto del potere.

Il braccialetto del potere, scopro di lì a poco, mi dà accesso all’area Vip che comprende dei cuscinoni morbidoni, molto meglio per sedersi dell’erba dell’Ippodromo, che alla mia età sai mai che poi mi viene mal di schiena. Dopo un po’ però, siccome mi sento un po’ snob, decido di raggiungere il pubblico pagante e mi siedo anch’io sul prato in attesa dei Die Antwoord. E constato che tutto sommato i fulminati sono molti meno di quanti me ne sarei aspettati, mentre tutt’intorno a me è pieno di ragazzi a modino. Certo, qualcuno cerca di iniettarsi le droghe leggere – come facciano poi a bucarsi le vene con quelle siringhe di carta, poi, per me è un mistero – ma tutto sommato sono giovani a posto. Dopo un po’ che sono lì in mezzo agli sbarbati che quasi mi sento di nuovo un ragazzino, finalmente comincia il concerto. O meglio, parte l’intro più lunga a cui abbia mai assistito. Ma tipo LUNGHISSIMA. Così tanto che per ingannare l’attesa ho avuto il tempo di seccare la mia seconda birretta omaggio, al termine della quale quasi stavo per desistere e tornare a casa sotto la coperta di lana (“Aprile, neanche un filo. Maggio, adagio adagio”, soleva dire mio nonno a proposito dello scoprirsi in primavera. Non ricordo cosa prevedesse per giugno, ma sono sicuro che anche lì andare in giro in t-shirt fosse tabù), quando finalmente comincia.

Cioè, non è vero. Non ancora. Prima sale sul palco il dj dei Die Antwoord con una maschera di carnevale brutta brutta, e fa partire una base con una voce che dice che dj coso – non mi ricordo il nome perché la mia memoria non è più quella di una volta – te lo butta al culo (testuali parole). Dopodiché, comincia per davvero. Arrivano Ninja e Yo-Landi, vestiti con delle tutine arancioni fosforescenti che li fanno sembrare della stessa crew dei tipi del pronto intervento, e partono con una roba rap abbastanza tranquilla, giusto per sciogliere il ghiaccio. Ma già alla seconda traccia si levano le tutine e tirano fuori il loro animo zarro – cioè, mi rendo conto che il termine “zarro” sia un po’ fuori contesto, diciamo che tirano fuori il loro animo zef – con un pezzo bello tunz. In breve, le tute arancioni saltano, non senza una certa delusione da parte di quelli del pronto intervento, e il concerto si accende. Ma lo confesso, è già sul secondo pezzo che devo fare tappa ai bagni da concerto della Sebach, quelli col simbolo del cuore capovolto che dovrebbe ricordare un culo, perché comunque anche la mia vescica non è più quella di una volta.

Nel frattempo, comunque, l’esibizione va avanti. A un certo punto, Ninja canta anche in mutande, reggendosi il pacco tra le mani. Sono bei momenti. E mentre sul palco si gonfia un pallone a forma di omino con un gigantesco banano, sul megaschermo scorrono immagini più o meno disturbanti tra bambini sdentati e scene di sesso lesbo. Niente che non si veda anche a un concerto di Miley Cyrus, in ogni caso. E il pubblico? Il pubblico è preso bene, che diamine! E a un certo punto pure io, nonostante l’età, mi ritrovo più o meno ballare mentre i Die Antwoord cantano che “I fink you freeky and I like U a lot”. Perché comunque lo show è divertente e i due sanno come intrattenere. E non ha molto importanza che nel caso di Ninja e Yo-Landi musica e immagine, forma e sostanza siano inscindibili: senza l’una non c’è nemmeno l’altra. Tutto si mescola – vita reale e palcoscenico, zanzare e birrette, Die Antwoord e Pearl Jam – e ogni distinzione cessa di avere un senso. E quasi ci sarebbe spazio di lasciarsi coinvolgere sul serio, se non fosse che il concerto dura a stento un’ora e mezza, davvero troppo poco per rendere merito al pubblico infottato che ha sfidato il venticello di giugno senza felpa, per venire a sentirli. Nonostante questo, i Die Antwoord alla fin fine non ti lasciano un’impressione negativa. E ti viene da pensare che pure loro, di persona, debbano essere dei ragazzi a modino.

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