Diego El Cigala – Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma 12 settembre 2009

Quella di Diego El Cigala (Madrid, 1968) è voce dalle molte sfaccettature: gitana, flamenca, andalusa, bolera, cubana. E’ la voce delle pene d’amor perduto, degli eccessi, delle passioni sfrenate e senza speranza. Ma, per contrappunto, il gesto è, deve essere, il gesto maschio, virile, regale, quello del torero che compie, con leggerezza, la sua danza solitaria attorno alle punte aguzze della morte, quello dell’hidalgo, del cavaliere senza paura.

Scivola con naturalezza, Diego, tra il bolero, la copla ed il flamenco, tra l’esperienza cubana di “Lagrimas Negras”, disco imperdibile del 2004 (con Bebo Valdés), e le sue radici spagnole, vissute tra el barrio “Rastro” di Madrid ed il “Malvinas” di Salamanca).

Accompagnato da un eccezionale Jaime Calabuch al piano, da Yelsy Heredia al contrabbasso, da Diego “Morao” Moreno alla chitarra e da Sabú Suárez alle percussioni ci ha offerto una serata davvero splendida, inserita nella rassegna “Flamenco!” presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium.

Difficile scegliere il brano più suggestivo da un repertorio che, pur eclettico, finisce per essere plasmato dalla personalità forte di questo interprete e del suo gruppo: “Si te contara”, poi “Veinte Años”, “Compromiso”, “Dos Cruces”, “Dos Gardenias”. Ma forse è il brano che Diego offre come bis,”La bien pagá”, una copla di Concha Piquer che è la sintesi migliore di un artista che riesce ad essere classico ma, allo steso tempo, a non cessare di recepire i messaggi di un mondo poliedrico e mutevole.

E, per concludere, elevando il flamenco alla nobiltà dell’alta poesia, ecco le parole che Diego canta, tratte da Rafael Alberti: di nuovo al flamenco, di nuovo alle radici ma… guardando oltre.

Se equivocó la paloma, se equivocaba
por ir al norte fue al sur
creyó que el trigo era agua
creyó que el mar era el cielo
que la noche la mañana…
que las estrellas rocío
que la calor la nevada
que tu falda era su blusa
que tu corazón su casa…
ella se durmió en la orilla
tù, en la cumbre de una rama.

E, se vi servisse la traduzione, chiedete pure.
 
Marco Lorenzo Faustini

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