Down – Alcatraz, Milano 22 aprile 2008


Se quello dei Down a Milano, unica calata italiana della band statunitense di questo tour di supporto a “III – Over the Under”, non dovesse rientrare tra i migliori tre live di questo 2008 in ambito metal, significherebbe solamente una cosa: l’esser di fronte ad un anno spaventoso dal punto di vista dei concerti nello Stivale.

Il concerto è iniziato con il tanto atteso filmato introduttivo, l’unico supporting act della band, che ha lasciato spiazzati i presenti: chi si aspettava, come il sottoscritto, un lungo documentario sulla stesura, la registrazione dell’ultimo disco e i fatti di cronaca avvenuti in quel periodo, come ad esempio l’uragano Katrina, si è trovato di fronte una raccolta di spezzoni live, dietro le quinte del tour del 2006 e video dal vivo di band del passato (tra i tanti citati, i Deep Purple Mark III con “Burn”, gli Scorpions e i Black Sabbath con “Hole in the sky” piazzati alla fine). Anche se la qualità del documentario si è poi rivelata ottima (indimenticabile lo spezzone di loro e Zakk Wylde nell’hotel), è rimasto un po’ l’amaro in bocca.

Appena finito il filmato, salgono sul palco i cinque e demoliscono tutto e tutti. La scaletta, prima di tutto, pesca dalla breve discografia (tre album) in maniera equa. A dimostrazione del forte attaccamento dei fan italiani alla band, il fatto che il pubblico abbia cantato, escludendo i brani più “atmosferici” come “Jail”, tutti i pezzi a squarciagola dall’inizio alla fine, al punto che in molti passaggi Phil Anselmo ha lasciato spazio solamente ai presenti. In mezzo a tutto questo delirio, ha trovato spazio anche un po’ di cazzeggio con la platea e una personale rivisitazione di “Dazed and confused” che ha stupito tutti.

 

Parlando di Phil Anselmo, si conferma quel suo stato di forma strepitoso che si poteva già pregustare ascoltando Down III: l’operazione alla schiena di un paio di anni fa, ha solamente giovato al non più giovanissimo (ormai vicino alla quarantina) Phil, che corre, incita, stringe le mani ai fan delle prime file, canta da dio (i rarissimi cali sono avvenuti tutti all’inizio, quando la voce non era ancora ben rodata) e smascella per due ore filate. La conferma del fatto che il ragazzo è il più grande frontman uscito dagli anni 90 ad oggi. Tutti gli altri offrono una prestazione maiuscola: sugli scudi quel Pepper Keenan che si rivela sempre più la mente della band e il suo compagno di strumento Kirk Windstein, ma anche gli altri due (Jimmy Bower e Rex Brown) non sono stati da meno.

In attesa di rivederli il prossimo 22 luglio come spalla dei Metallica, non è un’uscita da fanboy affermare quello che è stato detto ad inizio articolo riguardo a questo live: è, per adesso, il migliore dell’anno e sicuramente avrà le carte in regola per stare nella mia top3 a fine anno.
Highlight della serata: Rex Brown che esce dal locale verso le 19 ad osservare con sguardo smarrito e stupito le tshirt “tarocche” (o come vengono definite in inglese, “bootleg”) vendute all’ingresso. Dopo una breve riflessione, decide di prenderne una dalla bancarella osservando il rivenditore e dicendogli qualcosa molto vicino ad un “That’s mine”. Idolo.

Setlist: Pillars of Ethernity, The Path, Lysergic, Lifer, Hail the Leaf, 3 Suns and 1 Star, Underneath Everything, Ghosts Along Mississippi, Learn From My Mistakes, Nod, Temptations Wings, Beneath Tides, Losing All, Eyes of the South, New Orleans Is A Dying Whore, Stone The Crow, Jail, Bury Me in Smoke.

N.L.

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