Down – Colonia Sonora Festival, Collegno (TO) 8 luglio 2009

Avevamo detto chiaramente che al Gods ci erano parsi non perfettamente a fuoco (in particolare, veramente troppo, troppo ubriachi), così le attese per questa data da headliner dei Down erano parecchio alte. Per fortuna Anselmo e compagni hanno fugato ogni dubbio, e si sono presentati nella bizzarra cornice della Lavanderia a Vapore della Certosa di Collegno (pura archeologia industriale, perfettamente restaurata, di fine XIX secolo) carichi quasi come lo furono all’Alcatraz di Milano più di un anno fa. Anche se non sono riusciti a ripetere al 100% quella incredibile performance, sia sotto il profilo squisitamente musicale sia per quanto riguarda i pezzi proposti (più che altro perché è stato un concerto piuttosto breve, solo un’ora e mezza inframmezzata da numerose pause). Chiaro che tutto ciò deriva dal fatto che sono in tour da quasi due anni, e tenendo i loro ritmi (riti) di vita è difficile essere in forma perfetta per ogni singola esibizione. In ogni caso si tratta di piccinerie, lo show offerto dai cinque ex ragazzi del sud rimane una delle cose più intense che il panorama metal odierno possa offrire. Se poi ci metti di spalla gli Ufomammut, per forza di cose la serata rientrerà nel novero di quelle da ricordare. Per molto tempo.

Alle nove in punto tocca all’incredibile trio di stoner psichedelico aprire il concerto. Facendo subito tremare gli astanti, con il consueto suono impressionante, denso e agglutinato come se provenisse da un’unica fonte sonora. Un monolite di basse frequenze ed effetti spaziali à la Hawkwind che fa letteralmente tremar le carni. Pazienza se la voce è uno zinzino troppo bassa, l’importante è l’amalgama sonoro complessivo, e in questo gli Ufomammut, oggi come oggi, non temono rivali. Esibizione perfetta insomma, anche perché questa volta non ci sono stati problemi tecnici a far terminare la loro prova anzitempo (come accaduto, invece, al Cox 18, solo pochi mesi fa). Se non li avete ancora visti sulle assi del palco, cercate di rimediare immediatamente: non potete perdere il più grande gruppo Psych – Doom – Space – Stoner italiano di tutti i tempi.

Così come non potete perdere, ovviamente, i Down. Nonostante “Over The Under” non sia al livello dei loro due precedenti capolavori, in sede live la band continua ad essere trascinante come poche, con un tiro che ha del prodigioso. Perché è difficile fondere metal, sludge, hard e southern rock come sanno fare loro. Perché pochi gruppi hanno la loro stessa presenza scenica. Perché, pensateci, nella storia del rock è difficilissimo trovare un supergruppo affiatato come il loro, che dopo quasi vent’anni è ancora in pista con la formazione quasi immutata. Così è confortante vedere che la prestazione del Gods è stata, con tutta probabilità, solo un incidente dovuto ad un momentaneo appannamento. Rex Brown ha recuperato lucidità, Kirk Windstein è di nuovo giocoso e in forma, come sempre mira degli scherzi di Anselmo; e quest’ultimo continua ad attraversare un periodo magico per quanto concerne la sua tenuta vocale. Da un po’ di anni è rinato (forse merito, perlomeno in parte, della sua nuova compagna di vita), e speriamo che si mantenga così ancora a lungo.

Ora non ho la scaletta sottomano, vado a braccio, quindi cercate di perdonare la mia pessima memoria se mi dimenticherò una (molte) canzoni presenti nella setlist (che comunque è stata parecchio simile a quella del Gods). Si parte fortissimo con “Lysergik Funeral Procession”, eseguita in versione lentissima e pesantissima, poi si passa per i soliti classici (“Ghosts Along The Mississippi”, “New Orleans Is A Dying Whore”, “Eyes Of The South”, “Lifer”, “Losing All”, “N.O.D.”, “The Path”, “Nothing In Return”) e, dopo una lunga pausa, si finisce con la consueta doppietta “Stone The Crow/Bury Me In Smoke”, in cui anche la ragazza di Anselmo si cimenta in un “assolo” di chitarra. Pubblico decisamente sovreccitato, che non si fa scrupolo di imbastire un moshpit frenetico nei pezzi più carichi e che intona cori verso tutti i componenti della band (privilegiando, naturalmente, Anslemo: per lui i cori “Filippo! Filippo! Filippo!”). Si potevano chiedere più pezzi e meno pause, ma era palese che il gruppo dovesse rifiatare un poco. In ogni caso hanno vinto loro, ancora una volta. Noi li aspettiamo per un nuovo disco e, possibilmente un po’ più riposati, per altri mille di questi sfracelli sonori.

Stefano Masnaghetti

 

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