Dream Theater – Zoppas Arena, Conegliano (TV) 30 ottobre 2009

I Dream Theater sono inattaccabili dal punto di vista strumentale e scenico: una padronanza tecnica al di fuori del comune li ha resi un punto di riferimento per un paio di generazioni di musicisti cresciuti a pane e metallo “progressivo”. Una tecnica da sempre sfoggiata su disco e riproposta in sede live con precisione e freddezza chirurgica.

Una band dotata anche di un carisma notevole, pur rimanendo un po’ ferma sulle sue posizioni sul palco: escludendo un John Myung statico, anche se non immobile rispetto al passato, a Petrucci e Rudess basta uno sguardo per attirare la folla accorsa alla Zoppas Arena per loro. Sugli scudi però Portnoy che, pur rimanendo seduto dietro alla sua batteria per tutto il live, si dimostra il vero leader del combo statunitense e James LaBrie che pare aver ritrovato con il tempo la forma e il carisma che sembravano persi a cavallo di Ventesimo e Ventunesimo secolo.

Una band però indifendibile su tutti gli altri fronti: il concerto di Conegliano è stato una cocente delusione e una vera e propria fiera del trash. A partire dalla scaletta, la peggiore delle quattro date italiane dei Dream Theater: non basta una “The dance of eternity”, strumentale tratta da “Scenes from a memory”, a risollevare uno show che, dal punto di vista dei brani proposti, è stato molto deficitario e insufficiente. A peggiorare una situazione già grave, alcuni dettagli notevolmente pacchiani: tre fra tutti, dei video di supporto che sembrano delle demo iniziali della Pixar, delle riprese autocelebrative dei componenti (Petrucci, Portnoy o Rudess) durante gli assoli e un (lungo) assolo di Jordan Rudess che sembrava, più che altro, una partita a Keyboard Hero, grazie anche all’imbarazzante video di supporto.
Una band che è però anche “bastarda”, nel senso buono del termine: quando il fan medio si aspetta uno show destinato ad una conclusione con il retrogusto di amaro, i Dream Theater piazzano a sorpresa “Take the time”, uno dei capolavori della band pescato dall’indimenticabile “Images and words”, per quello che resta di gran lunga l’apice di una serata sottotono.

Due righe sul resto della serata, che per Outune inizierà con il concerto dei Bigelf; i migliori della serata, un Bignami vivente del rock anni Settanta fatta band. Hammond, Black Sabbath, un look esagerato e dei pezzi che ci portano indietro a quattro decadi fa: l’unica band che, a conti fatti, merita l’etichetta di “progressive” tanto sbandierata in questo festival-carrozzone; un combo molto umile, che si mescolerà con il pubblico per foto e autografi subito dopo il live. Molto buoni anche gli Opeth, anche loro influenzati da sonorità più melodiche e progressive “anni settanta” rispetto al passato più incazzato di dischi come “Orchid” e “Blackwater park”. Il palco grande, però, non è fatto per proporre tutte le sfumature della musica di Mikael Akerfeldt e soci (anche se ormai è rimasto solo lui della formazione originaria): li aspettiamo, a braccia apertissime, in un club, con più tempo a disposizione (troppo pochi 45 minuti per una band che propone brani che superano i sei minuti di lunghezza) a supportare una nuova release che, speriamo, non tarderà ad arrivare.

Dettagli sul pubblico: affluenza discreta ma non esaltante che, stando alle notizie trapelate dalle altre tre date, sembra comunque segnare una leggera inversione di tendenza rispetto al resto del minitour, piuttosto deludente dal punto di vista dei partecipanti. Un pubblico però molto caldo e partecipe, sia con le band spalla (anche se qualche fischio durante gli Opeth si è sentito) ma soprattutto con gli headliner. Almeno del pubblico i Dream Theater si possono sempre fidare.

Setlist Dream Theater: A Nightmare To Remember – Prophets of War – Keyboard Solo – Sacrificed Sons – Wither – The Dance of Eternity – Solitary Shell – Take The Time – The Count Of Tuscany (Encore)

Si ringrazia Zed Live per la consueta collaborazione.

Nicola Lucchetta

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