Evolution Festival 08 – Idroscalo, Milano 11,12 giugno 2008

12 giugno 2008 – Finisce purtroppo male l’edizione 2008 dell’Evo, funestata da un pazzesco temporale che ha riversato sull’area concerti quintalate di grandine costringendo gli addetti ai lavori a constatare l’anticipata fine del festival con l’annullamento dell’esibizione degli headliners In Flames. L’inferno si è scatenato subito dopo la fine del concerto degli Opeth, penultima band in cartellone.


11 giugno 2008

Sono arrivate 3000 persone per il ritorno on-stage dei fratelli Cavalera 12 anni dopo il doloroso split dei Sepultura. Sono arrivate dopo una giornata che ha visto un’affluenza piuttosto modesta per poi alzarsi nelle ore del tardo pomeriggio in un venerdì che non è stato funestata dal caldo opprimente, grazie a un paio di perturbazioni che sono transitate nell’area concerti dell’Idroscalo.
Ci siamo dedicati più alle interviste che ai concerti oggi, domani toccherà a Opeth e Pain Of Salvation ma una cosa alla volta. Faccia a faccia condivisi con alcuni colleghi di Kronic e di Negatron, manca qualcuno all’appello, se si farà vivo citerò anche loro altrimenti vivremo tutti bene lo stesso. Diciamo che alcune sono andate bene, altre son state ridicole a causa di qualche domanda non certo illuminata, ma a parte queste mie paranoie da pubblicista, la prima giornata dell’Evolution mi ha davvero sorpreso.

Se sulla carta i nomi non erano certo di richiamo, nessuno ha ciccato la prima, tutte le bands hanno raccolto consensi pestando duro e dando il massimo da inizio a fine set.
La giornata inizia bene con i Dark Lunacy e i Sadist, che scaldano i presenti e danno sfoggio delle proprie capacità esecutive. I genovesi capitanati da Trevor e “facciotuttoio” Tommy hanno piazzato una prestazione di quelle che si ricordano, senza cannare nulla e giovandosi di un sound praticamente perfetto. Grandi e in continua crescita. I Korpiklaani hanno divertito la platea con il loro folk-metal allegro e danzereccio, un successo per loro, grandi anche nel concedersi senza remore ai fans una volta terminato il set.
Gli Evergrey hanno preso lo stage quando il vostro Big Boss preferito ha cominciato il giro di interviste: da quanto mi è stato possibile intuire gli svedesi non erano certo al top della condizione (e in seguito confermeranno di essere senza sonno da trenta ore) ma hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo con una performance guidata dall’istinto e dalla passione. A breve uscirà il loro nuovo disco, che è stato descritto abbastanza diverso dai loro standard. Vedremo.

Bagno di folla e di cori per i Dark Tranquillity, combo di casa nel nostro paese (se non suonano qui ogni sei mesi poco ci manca) che però si dimostra sempre professionale ed estremamente disponibile nei confronti di tutti coloro i quali chiedono foto, autografi e strette di mano, anche con chi è magari meno fortunato di noi e vive da ‘disabile’ da tempo (Stanne nel backstage si è intrattenuto a lungo con una di queste persone, rimarcando ancora una volta la grande persona che è anche se appare incazzato nero quando canta i pezzi della sua band).
I Sonata Arctica hanno conquistato quest’anno una posizione importante nel cartellone e hanno pescato a piene mani dalla loro discografia per imbastire un set di successo che ha superato l’ora di durata. Anche su di loro posso aggiungere poco, visto che ero in stand-by in attesa dei tour-bus della famiglia Cavalera (ma non preoccupatevi perchè qualcuno porrà rimedio a queste lacune con un controreport ben più profondo).

Infine gli headliners, i Sepultura, aka Cavalera Conspiracy senza Paulo e Andreas (ma con un Marc Rizzo favoloso alla seconda chitarra e con cappellino alla Morello), che hanno divelto chiappe a profusione. I pezzi del nuovo “Inflikted” dal vivo rendono anche meglio che su disco, ma onestamente stasera eravamo tutti in attesa di spaccarci in quattro con i pezzi che hanno fatto di Max e Iggor due icone del thrash/death(/e pure crossover) degli anni novanta.
Arise/Dead Embryonic Cells, Desperate Cry/Propaganda, Innerself, Policia, Troops Of Doom (ft. Igor jr on drumz, ma quanto è piccolo!, ndr), Refuse/Resist, Territory, Biotech Is Godzilla (contaminata da qualche accenno a Holiday In Cambodia), Roots Bloody Roots (con tanto di finale speed con madonne volanti tra una strofa e l’altra), Attitude e l’inaspettata Orgasmatron hanno composto una setlist da lacrime per i nostalgici. Dopo qualche sistemazione di rito al sound, le bombe dei Cavalera hanno fatto il loro dovere come ai vecchi tempi, e dopo questa volta, anche chi non era riuscito a vedere i Sepultura insieme nella golden era, potrà vantarsi di aver assistito a un concerto dei Seps qualche anno dopo la loro separazione. Bentornati!

In dettaglio, powered by Cristiano Dieci

ILLOGICIST – Aprono le danze, dalle fredde lande di… Aosta, gli Illogicist, autori di un technical death metal di ottima fattura, riproposto in modo eccepibile in sede live. Le due chitarre sono abbastanza immobili ma ci pensa il bassista a tenere il palco, muovendosi come un pazzo mentre esegue partiture non certo semplici. Il frontman pare un po’ inibito e si limita ad annunciare i pezzi e a comunicarci che stanno per iniziare un tour americano e sono quindi in cerca di groupies… maschi ovviamente (scatenando la reazione-urlo “frociooo” da parte di un astante tra l’ilarità generale dei presenti). Tour meritato visto che i nostri hanno dimostrato di saperci fare con i due full-lenght pubblicati fino ad ora, che hanno ricevuto ottimi consensi critici, andando persino a scomodare paragoni scomodi con i Death, non così azzardati per chi li ha ascoltati. Il pubblico sebbene non numeroso ha dimostrato di gradire molto, nonostante siano stati eseguiti solo cinque pezzi. Bravi.

 

DARK LUNACY – Si continua all’insegna dell’Italia con la proposta di death melodico dalle tinte drammatiche e melanconiche dei Dark Lunacy, che si presentano sul palco con una “nuova” formazione: torna Imer al basso e Mary Anne passa alla seconda chitarra, novità per il gruppo dal vivo. Il growl lamentoso di Mike è sempre efficace nell’accompagnare i bei pezzi dei nostri, tra atmosfere bolsceviche e richiami alla seconda guerra mondiale. Forse risultano un po’ troppo ingombranti le numerosi parti orchestrali registrate ma nel complesso il gruppo rende parecchio e anche il pubblico apprezza. Gli auguriamo di trovare maggiore stabilità per fare finalmente decollare la loro proposta.

 

SADIST – Si chiude il terzetto italico con i Sadist, alfieri genovesi del techno-death tricolore. Trevor è il solito mattatore e elargisce ringraziamenti come se piovesse, come sempre grande perizia tecnica degli strumentisti: lascia sempre di stucco poi vedere Tommy suonare chitarra e tastiera contemporaneamente, facendolo sembrare una cosa facilissima. Vengono riproposti estratti in ordine cronologico da buona parte della discografia e si chiude con la classica “Sometimes they come back”. Uno dei ritorni più graditi della recente ondata di reunion metal, e il pubblico dimostra grande calore nei loro confronti.

 

KORPIKLAANI – Arriva dalla Finlandia il gruppo più forestale della storia, che scatenerà danze e ilarità nel pubblico (finalmente un po’ numeroso) più di chiunque altro nella giornata. Buona la scaletta che propone accanto a classici dei vecchi album (Pellonkekko, Cottage & Saunas, Journey Man) canzoni più recenti. Poteva concludersi un loro concerto senza birra? Ovviamente no, ed ecco che Jonne chiede al pubblico se vuole Beer beer o Happy little boozer… viene scelta la prima con tanto di lancio di lattine di birra sul pubblico…Ottima prestazione da parte della band che sembra fatta apposta per un festival, suonano bene, si divertono e fanno divertire, cosa chiedere di più?

 

EVERGREY – Si rimane in scandinavia, questa volta in Svezia, con l’arrivo degli Evergrey. L’attacco della bellissima Recreation Day appare un po’ smorto, e infatti poco dopo il frontman ci fa sapere che sono in viaggio da moltissime ore senza dormire e si scusa se sembrano un po’ stanchi, ma che comunque ce la metteranno tutta. E infatti non ci mettono molto a ritrovare confidenza offrendo una prova più che buona, con dei pezzi di prog-power ben scritti ed eseguiti dal gruppo (che include ora l’ex bassista degli Stratovarius), decisamente piacevoli. C’è anche spazio per un assaggio del nuovo album in uscita Torn con l’esecuzione di Broken Wings.

 

DARK TRANQUILLITY – Restiamo in Svezia per i Dark Tranquillity, che non mancano un Evo dalla sua nascita, scelta che ha fatto storcere il naso a qualcuno. Ma di certo non si può dire che dal vivo Stanne e soci non ci sappiano fare, sono ormai una macchina ben oliata, e anche oggi sono stati autori di una prova molto convincente, col bassista Nicklasson particolarmente su di giri che, tra qualche problema tecnico con un cavo che non ne vuole sapere di stare al suo posto, incita il pubblico a ripetizione e mette un po’ di fantasia nell’esecuzione dei pezzi. Molti tratti dall’ultimo album Fiction assieme ai soliti classici della loro ormai numerosa discografia: in effetti sarebbe anche ora di variare un po’ la scaletta. Sul finale Stanne ci informa anche che il 31 ottobre saranno a Milano per girare un DVD: siamo sicuri che sarà uno show coi fiocchi. Ennesima conferma che l’Italia ama i DT, e i DT amano l’Italia.

 

SONATA ARCTICA – Si torna in Finlandia per uno dei gruppi di punta della scena Power Metal, i Sonata Arctica. La band appare subito in grande spolvero con un Toni Kakko che offre una buonissima prestazione vocale, mente il nuovo chitarrista Elias Viljanen dimostra di essere uno shredder con assoli velocissimi, duellando a più riprese col tamarrissimo e virtuoso tastierista Henrik Klingenberg, che userà per quasi tutto il concerto una keytar con gran parte dei tasti neri. La sezione ritmica è molto canonica, in particolare segnaliamo l’inutilità del bassista che suona la stessa nota per un buon 90% del concerto… I nostri alternano brani dell’ultima fatica Unia a vecchie glorie del passato tratte da Ecliptica e Silence, che sicuramente fanno più presa sugli astanti e che si fa davvero fatica a non cantare a squarciagola assieme al singer: brani come Replica, Kingdom for a heart, Fullmoon, Black Sheep e la struggente Tallulah fanno sicuramente la loro figura. Peccato che il pubblico si sia nel frattempo volatilizzato e che quando Kakko vuole farlo cantare non si senta nulla…anche se questo non è dicerto imputabile alla band, che anzi convince.

CAVALERA CONSPIRACY – Ha già detto tutto Jacopo.

 

CONCLUSIONI – I suoni sono stati abbastanza buoni per tutta la giornata, anche se i volumi delle chitarre a volte risultavano un po’ bassi. Per il resto organizzazione ottima e puntualità giapponese per l’inizio dei concerti. Risulta quindi ancora più sconcertante constatare il numero veramente esiguo dei partecipanti, mai viste così poche persone davanti al palco, nonostante la bontà del festival (che si riconferma il migliore in Italia) e del livello medio delle band di oggi che, ribadiamo, è stato molto elevato. Di certo il venerdì e la vicinanza strettissima con il Gods Of Metal non hanno aiutato in questo senso, insieme alla mancanza di un headliner che di nome (ma solo per quello, perchè i CC di fatto sono i Sepultura) richiamasse le masse.

12 luglio 2008

La seconda giornata dell’Evolution 2008 sarà, purtroppo, ricordata più per l’improvviso uragano serale che si è abbattuto su Milano e che ha obbligato gli organizzatori ad annullare l’esibizione degli attesi In Flames, che per le ore di musica vissute. Un epilogo senza dubbio infelice dopo una giornata di grande musica e grandi live performance che, giustamente, rimangono la parte a noi più cara, nonostante dispiace constatare come, anche nella giornata di sabato, l’affluenza di pubblico, seppur superiore al giorno precedente, non sia stata all’altezza di quanto era lecito attendersi.

L’arrivo all’Idroscalo della squadra di Outune coincide con l’inizio dell’esibizione degli italiani Novembre i quali, nonostante i suoni dai volumi improponibili, riescono a sfruttare bene i pochi minuti a disposizione con pezzi che spaziano dalla neonata “Bluecaracy” alle inaspettate, quanto gradite, “Love Story” e “Nostalgiaplatz” e che vanno a comporre un buono show, nonostante l’ora non sia delle più adatte per la proposizione della musica malinconica e decadente della band romana.

Dopo un veloce soundcheck scocca l’ora dei Pain Of Salvation, band la cui partecipazioni ai festival marcatamente di stampo metal viene spesso considerata poco coerente. A confermare questa impressione la scelta dei brani fatta da Daniel Gildenlöw sembra quasi voler rimarcare la propria scarsa appartenenza al mondo metal con una set-list che, seppur molto emozionante e magistralmente interpretata, risulta composta principalmente da pezzi molto sofisticati e di scarso impatto. La bellezza di canzoni come “Falling” e “The Perfect Element” non è certo in dubbio, ma sono forse state le più dirette “Ashes” ed “America” ad attirare l’attenzione di un pubblico generalmente distratto e che li ricorderà forse di più per la provocatoria “Disco Queen” che per il loro reale valore musicale: peccato.

Da molti etichettati come la migliore live band in campo thrash ecco salire sul palco dell’Evolution i “californiani” Death Angel per un’ora di show semplicemente esplosivo. Non possedendo ancora il dono dell’ubiquità (ma vi assicuro che ci sto lavorando), purtroppo mi vedo costretto a perdermi buona parte dello show a causa di impegni promozionali nel backstage. Nonostante non abbia potuto seguire l’esplosiva band americana, le potenti note di Osegueda e compagni arrivano nitide e mi permettono di apprezzare “Lord Of Hate”, tratta dall’ultimo album “Killing Season”, e la storica “Thicker Than Blood”. La prestazione di tutti i membri della band è stellare con il solito Andy Galeon sugli scudi anche grazie ad una set list ben equilibrata tra passato e presente e caratterizzata dalle esibizioni taglienti di “Dethroned”, “The Devil Incarnate” e “Thrown To Be Wolves”, le quali confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, i Death Angel tra i migliori live act in circolazione: applausi.

A dare continuità in termini di energia e freschezza musicale ad una giornata impregnata sull’atmosfera, ci pensano i Gamma Ray di un Mr. Kai Hansen decisamente alterato dal buon vino italiano. Il concerto del combo teutonico ricalca la scaletta vincente proposta nelle ultime esibizioni italiane con le nuove nate “Into The Storm” e “Real World” alternate dai pezzi storici sia del raggio gamma, quali “Heaven Can Wait”, “Rebellion In Dreamland” e “Somewhere Out In Space”, che quelli al sapore di zucca come “I Want Out” e “Ride The Sky”. Come facilmente prevedibile tutti i brani vengono lungamente applauditi, ma è soprattutto sui pezzi più datati che il partecipe pubblico si scatena. L’unica pecca del concerto è forse rappresentata dalla prolissità e ripetitività dei momenti dedicati a far cantare i presenti, ma i Gamma Ray, dal vivo, non deludono mai: una garanzia.

Se i già citati Death Angel sono una di quelle band che mi piacciono senza eccessive lodi su disco, ma che vedrei dal vivo per giorni interi, gli Opeth rappresentano, per me, l’esatto contrario e seppur apprezzi i lavori in studio della band di Mr. Akerfeldt fatico costantemente a digerirli in sede live. Nonostante suoni inizialmente un po’ confusi lo show procede senza intoppi e i nostri, negli ottanta minuti a disposizione, propongono sette pezzi: praticamente uno per ogni studio album. La prova generale del combo svedese è come sempre senza sbavature e anche il nuovo arrivato Fredrik Åkesson riesce, almeno in sede live, a non far rimpiangere la dipartita di Peter Lingren. Lo show, anche aiutato da una scenografia naturale molto suggestiva (un minaccioso cielo rosso capeggia alle spalle del palco), è come sempre molto emotivo e, seppur in sede live la lunghezza di alcuni brani non risulti una scelta vincente, le esibizioni delle varie “Demon Of The Fall”, “Wreath”, “Heir Apparent” e “The Drapery Falls” vengono calorosamente applaudite da un pubblico che, tolte le prime file di fedelissimi, preferisce assistere allo show comodamente sdraiato sul prato del parco meneghino.

Purtroppo, come anticipato in apertura di report, nell’istante stesso in cui gli Opeth hanno suonato l’ultima nota del proprio concerto Giove Pluvio ha deciso di scatenarsi su Milano riversando torrenti di acqua e di grandine sia sui fans che sul mixer, rendendo di fatto impossibile l’esibizione degli In Flames, nonostante l’organizzazione abbia cercato, per un’ora abbondante, di fare tutto il possibile per garantire lo show della band svedese. Un vero peccato, ma i fan della band potranno presto rifarsi durante il concerto programmato per il prossimo autunno all’Alcatraz di Milano.

Marco Ferrari

In dettaglio, powered by Cristiano Dieci

NOVEMBRE – Arriviamo un po’ in ritardo all’Idroscalo e ci perdiamo le esibizioni di Idols are dead e Necrodeath, ma ci gustiamo i Novembre nella loro interezza. Autori di un progressive/gothic metal a cavallo tra Opeth e Katatonia (evitando per una volta di impuntarsi su chi ha cominciato prima), la band capitolina esegue ottimamente un brano dopo l’altro senza troppi fronzoli, col cantante Carmelo Orlando capace di passare agevolmente da una suadente voce pulita a uno screaming decisamente evocativo. La setlist pesca dalla discografia del gruppo con qualche chicca di vecchia data e pezzi più recenti dall’ultima fatica Blue. Il pubblico dimostra di apprezzare le sonorità molto particolari dei Nostri.

PAIN OF SALVATION – Ennesima band svedese della due giorni, i Pain of salvation salgono sul palco a proporci il loro progressive metal eclettico, capitanati da un istrionico Daniel Gildenlaw (l’avevamo lasciato biondo e “pulito”, lo ritroviamo moro e con la barba) che con la sua splendida voce trascina la band nell’esecuzione di pezzi (non molti dati i soli 45 minuti a disposizione) tratti principalmente dai primi tre album e dall’ultimo Scarsick, scatenando urli in falsetto del pubblico con la geniale e danzereccia Disco Queen. Le canzoni alternano momenti sognanti a episodi molto tirati che danno modo alla band di sfogarsi sul palco: oltre ai due cantanti/chitarristi ormai consolidati, segnaliamo l’ottima prova del nuovo bassista ormai perfettamente a suo agio con la band e la buona performance del nuovissimo batterista, a cui manca solo un po’ di confidenza. Una delle migliori realtà in ambito prog.

DEATH ANGEL – E’ il momento di un po’ di sano thrash Bay Area con l’arrivo dei “filippini” Death Angel, che hanno la meritata fama di essere degli animali da palco… fama che viene confermata anche oggi con uno show incredibile in cui tutti i membri hanno dato l’anima, in particolare il chitarrista solista Rob Cavestany che si mette in pose da rockstar consumata e il bassista Dennis Pepa che non sta fermo un secondo e ruba a più riprese la scena al frontman Mark Osegueda. La setlist ben calibrata propone un mix di vecchi brani quali Voracious souls, Mistress of pain, Seemengly endless of time, la chicca funkeggiante Stagnant accanto a brani più recenti come Thicker than blood, The devil incarnate e Thrown to the wolves (già un classico) e pezzi del nuovo album (Lord of hate, Dethroned, Buried alive, Soulless), e non manca di scatenare un mosh tremendo tra le prime file. Una garanzia.

GAMMA RAY – E’ ora il turno della band tedesca guidata da un simpaticissimo Kai Hansen che, masticando un chewing gum e con un sorriso perenne stampato sulle labbra, riesce ad accaparrarsi le simpatie anche di chi non apprezza particolarmente la loro proposta musicale, un heavy-power metal teutonico dalle tinte allegre. La band è in buona forma e su di giri e ci ripropone estratti dall’ultimo “Land of the free part II” accanto a cavalli da battaglia tra i quali spiccano I want out, Heaven can wait e una lunghissima Heavy metal universe con tanto di immancabile scambio di battute col pubblico. Finale “strano” con un encore un po’ sottotono e la band che non sfrutta tutto il tempo a disposizione. Da evidenziare la presenza dell’italiano Alessio Gori alle tastiere (frontman dei nostrani Flshback of anger) e il look di Dirk Schlächter al basso e Henjo Richter alla chitarra, un clone dei Manowar e il primo e… semplicemente indefinibile il secondo, vedere le foto per credere.

OPETH – Sta per calare il sole quando sul palco fanno la loro comparsa gli svedesi Opeth, per la prima volta con la formazione completamente rinnovata (come ci ricorderà più tardi il leader Mike, dalla prima volta in cui sono venuti in Italia è rimasto solo lui, ma è sicuro che la loro musica rimarrà). Corrono molte voci sul fatto che gli Opeth rendano molto al chiuso ma decisamente meno all’aperto nei festival, sarà vero? Per fugare ogni dubbio il gruppo ci offre una prestazione stellare, con suoni distorti e diretti, e una cornice da brivido che ogni loro fan avrebbe sognato: tramonto e poi nubi nerissime con tanto di fulmini di contorno! La band attacca subito con Demon Of The Fall per la gioia dei fan seguita a ruota da The Baying Of The Hounds (uno dei pezzi migliori di Ghost Reveries, per il sottoscritto), poi c’è una piccola pausa in cui Mike saluta il pubblico (con la manina) e mentre smanetta con l’amplificatore, non soddisfatto del suono della sua chitarra, comincia i siparietti comici che lo contraddistinguono tra una canzone e l’altra: è così il turno di Master’s Apprentices (“If you don’t recognize this song, you’re not a fan. Fuck you!”), per poi dare spazio al lato più soft e melodico con un pezzo tratto da Damnation, To rid the desease (“I know you like soft stuff, you’re probably all fans of Eros ‘Ramazoti’ here!”) e si passa poi a un altro estratto da Deliverance (“We never played live this song, maybe it’s a bad sign, it could mean it’s a shit song…”), una devastante Wreath. Viene poi il momento per un pezzo dall’ultimo album Watershed, Heir apparent (“a song about… nipples”- uh?) per poi passare a un classico da Blackwater Park (“we didn’t rehearse much the new song because in the last two weeks I got chickenpox, now how about we do a song that we actually know how to play?”), The drapery falls, con un cielo da apocalisse.

Con un tempismo che ha del sovrannaturale l’ultima nota coincide con la prima goccia di pioggia che in pochissimi minuti si trasforma in acquazzone prima e grandine poi (con chicchi grossi come noci). Risultato: mixer guasto e palco non in sicurezza. Gli In Flames a causa di questo saltano il loro show, qualche imbecille tra il pubblico lancia bottiglie sul palco. Non c’è Evolution senza qualche “sfiga”, ma di certo la responsabilità non è di chi ha organizzato un evento che anche quest’anno si riconferma di qualità MOLTO elevata, offrendoci due bellissime giornate di musica e svago. Ora deve solo capirlo il pubblico che anche quest’anno non è stato all’altezza. L’Evolution ne merita DECISAMENTE di più.

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