Fast Animals And Slow Kids, le foto e il report del concerto di Torino del 15 novembre 2014

Immaginatevi all’Hiroshima, che è a Torino e non in Giappone. Ci suonano delle band, in genere grandi band, di quelle che fanno sudare o urlare le ragazzine. E’ il 16 novembre, fuori fa freddo il giusto ma almeno ha smesso di piovere. E l’atmosfera si sta già scaldando con i suoni un po’ alternativi della band di apertura, i Window Shop For Love.
Snocciolano un repertorio internazionale che ha rimandi ai bassi dei Sex Pistols e alle chitarre dei Foo Fighters, uniti ad una voce melodica quanto inaspettata.
Il palco lo tengono bene, si fanno guardare e, gruppo spalla o no, fanno anche battere le mani alte in più di un’occasione. C’è già un retrogusto di malinconia che aleggia, quando dicono che la prima volta in cui erano saliti su quel palco non avevano nemmeno la patente. E tutti si affezionano, tutti si rivedono un po’ in loro anche quando chiudono con energia. L’applauso corale che li saluta si spegne, loro ringraziano e le luci si affievoliscono. La pausa che segue è la quiete prima della tempesta, perché già appena salgono quattro ragazzi partono gli urletti.
Loro sono di Perugia, come dice subito il cantante Aimone. Loro sono i Fast Animals and Slow Kids.

Il concerto si apre esattamente come “Alaska” (il loro nuovo album), sia a livello di pezzo che di qualità. “Ouverture” investe tutti con un equilibrio sonoro devastante, tanto che è difficile capire se li si sta ascoltando su Spotify o su un palco vero. E questo non è scontato, soprattutto in un genere in cui i muri sonori sono spesso messi in primo piano rispetto alla voce. Guardando quello che succede nelle prime file, si capisce perché il gruppo chieda scusa fin da subito: l’atmosfera si sta scaldando e non è ancora successo niente.
Il delirio vero esplode quando parte “Il Mare Davanti”, con persone che volano pindaricamente sia con la fantasia che sopra il pubblico. “E’ un macello”, lo diciamo tutti, FASK compresi. E l’energia non si spegne mai da quel momento in avanti, in una fucina di gomitate, sudore e schiaffi che passa dai classici di “Hybris” (“Combattere per l’incertezza”, “Troia”, “Maria Antonietta” e “Calce”, in ordine di apparizione) all’amarcord con “Copernico”, estratto dall’ep “Cavalli”. Di “Alaska” ci sono anche “Coperta”, “Odio Suonare”, “Con Chi Pensi Di Parlare”, “Come Reagire Al Presente” e “Grand Final”, che chiude tutto con la stessa potenza sonora con cui sono partiti. Nessuno perde il tiro nemmeno per un secondo, nemmeno quando qualcuno o qualcosa rompe una chitarra, nemmeno quando la gente vola sul palco. Ed è quello che forse quei ragazzi perugini ci vogliono dire con i loro brani: che non ci si deve fermare, che si deve fare casino, che si deve distruggere per costruire qualcosa di bello. E a luci accese tutto continua a funzionare, con loro che abbracciano il pubblico, sorridono e firmano autografi.
Ecco, immaginate tutto questo. Immaginate di pensare che sia bello in modo direttamente proporzionale ai lividi che vi siete procurati. E i lividi sono tanti.

Fotografie a cura di Andrea Marchetti.

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