Flogging Molly Bologna Estragon 4 settembre 2012

Mai un momento di noia. E, di questi tempi, non è poco. I Flogging Molly in concerto a Bologna il 4 settembre 2012, suonano come lo Springsteen di “Live in Dublin” accelerato due o tre volte. E si capisce: l’attitudine è punk, anche se gli strumenti sono quelli della tradizione irish: violino, fisarmonica, tin whistle, bodhran, fusi  abilmente con chitarre, basso e batteria. Così, il celtic punk dei sette amerirlandesi trasforma l’Estragon (ci saranno un migliaio di persone) in un calderone ribollente e saltellante fin dalle prime note. I Flogging prendono jigs e reel già indiavolati di loro e li portano al parossismo, sviluppando un travolgente wall of sound. Dave King alla chitarra e voce conduce le danze, aizzando la folla sin dall’inizio e per tutta la durata del concerto, il refrain, un po’ piacione, è “Italiani come irlandesi, grande popolo”.

Ma non sono solo saltimbanchi da palco, questi. Nelle song più lente emerge la loro capacità compositiva, i Flogging dimostrano di aver masticato a dovere la lezione di Clash e Pogues, sono uno degli act più interessanti oggi in circolazione con quel misto irresistibile di radici folk e velocità punk. Il pubblico scandisce in coro i testi delle parole, la partecipazione è totale anche nelle ultime file, dove si sono rifugiati gli estimatori più agée per sfuggire al caldo e alla calca. Con “Speed of Darkness” (title-track dell’ultimo, maturo album) il concerto decolla rapidamente, c’è gente che balla in piedi sui rari tavolini e sotto il palco la folla ondeggia a tempo. Dave alterna scherzi con il pubblico –  un pallone che rimbalza qua e là, birra distribuita agli assetati delle prime file – e riflessioni amarognole. Prima di “The power’s out”: “Dedichiamo questo brano all’Irlanda, all’Italia, alla Grecia e alla Spagna, una bella fetta d’Europa la cui economia se ne sta andando allegramente a farsi fottere”. Joe Strummer, da lassù, sarà orgoglioso di lui. C’è anche spazio per un omaggio a Dylan (“il più grande poeta”), con “The times they are a-changing”, inno alla speranza che le cose possano cambiare. Per due ore i Flogging imperversano, pescando qua è là nel nutrito repertorio (sette album dal 2000 ad oggi), alternando gigioneria (Dennis Casey passeggia sulla chitarra stesa a terra in feedback) e capacità strumentale, mostrando invidiabile affiatamento tra i componenti, dove spiccano il chitarrista-banjoista-mandolinista Robert Schmidt e il drummer George Schwind, macchina incessante da ritmo. Nathen Maxwell col suo cappelletto pork pie e il basso tormentato con il pollice sembra Paul Simonon, la violinista Bridget Regan aggiunge una nota di grazia che non guasta, il fisarmonicista Matthew Hensley puntella il suono dovunque.

Si chiude sulle note di “If I ever leave this world” mixate al classico “Float” ed è delirio collettivo. Insomma, una gran bella nottata. Raro assistere ad un concerto dove la gente balla dall’inizio alla fine e infatti il pubblico viene ringraziato a dovere da Dave prima di sparire tra le quinte per il doveroso bis. L’ultima parola spetta ai Monty Python, “Brighter side of life”, adeguatamente fischiettata, mentre i Flogging regalano souvenir del concerto: scaletta, bacchette, plettri. Energia celtica allo stato puro.

Paolo Redaelli. Cover story di Emanuele Lambertini.


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