Gods Of Metal 2006 – Idroscalo, Milano 1-4 giugno 2006

Il Gods Of Metal festeggia dieci anni. Si fanno le cose in grande, quattro giorni, location nuova e nomi di grido, pubblico complessivo sulle ottantamila unità e tanto sano hard rock ed heavy metal per tutti i gusti.

Satyricon

1 giugno, powered by Stefano Masnaghetti
Il Gods più lungo della storia (quest’edizione consta di ben quattro giorni di concerti) si apre con una giornata dedicata ai suoni più “duri”, il cui pregio maggiore risulta comunque un notevole eclettismo di fondo. Insomma, un bill di quelli che non si dimenticano facilmente, una location nuova e decisamente invitante (l’Idroscalo di Milano), un’organizzazione interna di buon livello, sicuramente migliore di quella della scorsa edizione bolognese, e dei suoni complessivamente all’altezza dell’evento. Peccato che anche questa volta, nonostante tutti i pregi sopraccitati, si sia materializzato il consueto disguido di notevole entità: ossia più di due ore di ritardo nell’apertura dei cancelli, che mi hanno impedito di seguire i primi due gruppi della kermesse, gli Italiani Cappanera e i Finlandesi Amorphis. Mi spiace non poter dire nulla su di loro, ma è andata così.
Posso invece dire qualcosa sui Caliban, chiamati all’ultimo momento per sostituire i Dimmu Borgir: purtroppo questo qualcosa non è molto positivo. I Tedeschi appartengono alla “nuova” ondata di metalcore che tanto sta saturando il mercato in questi ultimi anni, quella che ricicla i riff degli At The Gates in salsa core, per intenderci; sono un gruppo come tanti, “precisi e chirurgici” come si usa dire, ma non vanno molto oltre a svolgere per bene il loro compitino. La loro musica scivola come acqua fresca e non lascia grandi ricordi.
Dopo la compagine teutonica è il turno dei Satyricon, vera e propria leggenda del black metal Norvegese: certo per loro non è il massimo suonare alle due del pomeriggio sotto il sole cocente, ma ancora una volta si dimostrano dei veri professionisti e sfoderano una prestazione trascinante e compatta, con Satyr vero mattatore del palco (forse un po’ sbronzo, ma vi assicuro che il suo stato d’ebbrezza non ha costituito un handicap, anzi). Privilegiati i pezzi degli ultimi dischi, quelli che dal vivo presentano il maggior impatto (“Fuel For Hatred”, “Filthgrinder”, “Possessed”, e i nuovissimi “KING” e “Now, Diabolical”); naturalmente immancabili le eccezioni, con la storica “Hvite Krists Dod” e il loro anthem “Mother North” sugli scudi. Nel complesso i Satyricon non deludono, mai.
Dopo di loro il diluvio? No, semplicemente i Sodom. Dallo zio Tom e dai suoi accoliti che cosa ci si può aspettare se non tanto sudore e tanto divertimento nel nome del caro, vecchio thrash? Così è stato, e a parte qualche rapido excursus per presentare il nuovo album (hanno aperto con “Blood On Your Lips”), sono stati passati in veloce successione quasi tutti i loro classici, compresa qualche chicca (“Ausgebombt” su tutte). Anche la loro esibizione è archiviata con successo.
Ammetto di non aver seguito i Nevermore: non li ho mai apprezzati molto, e dopo aver passato ore sotto il sole estivo avevo proprio bisogno di concedermi una pausa all’ombra dei numerosi alberi presenti nel parco dell’Idroscalo. Mi è stato riferito da chi li ha seguiti con attenzione che la loro prestazione è stata comunque notevole, specie per il fatto di aver sostenuto tutto il concerto monchi del chitarrista Steve Smyth, costretto a dar forfait a causa di una brutta forma di insufficienza renale. Si è detto che anche Warrel Dane abbia recuperato la sua miglior forma vocale, facendo dimenticare le ultime, deludenti prove live. Ma ripeto, non posso dilungarmi oltre su di loro, avendo carpito del loro show solo qualche nota in lontananza.
Luci e ombre per i Testament: le prime sono rappresentate da Chuck Billy, ormai ripresosi perfettamente dai suoi gravi problemi di salute e in grado di spaccare tutto con una prestazione vocale e “teatrale” veramente massiccia. D’altro canto la band che l’accompagnava (per chi non lo sapesse, in formazione originale) non è stata alla sua altezza: tutto preciso e pulito, i grandi classici del primo periodo resi con notevole perizia (“Over The Wall”, “Into The Pit”, “Alone In The Dark”, l’immancabile “Disciples Of The Watch”), ma è mancato del tutto il coinvolgimento emotivo. Veramente troppo, troppo statici e asettici per far colpo sugli astanti; mi ricordo loro concerti, con formazione differente, nei quali c’era maggior passione e partecipazione da parte del gruppo. Per fortuna c’era Chuck…
I Down erano il complesso più particolare dell’intera giornata, certamente quello meno collocabile all’interno delle consuete categorie “metalliche”. Il supergruppo di New Orleans si è dimostrato una delle maggiori ventate d’aria fresca nella scena metal degli ultimi dieci anni, per lo meno a parere di chi scrive; la loro miscela di riffoni spaccaossa di matrice sabbathiana, violenza muscolare alla Pantera, accordi blues e atmosfere intrise di southern rock d’antan è qualcosa di unico nel panorama musicale odierno. Certo, forse Anselmo esagera nelle pose e nelle sue consuete sparate (“Approach me with some respect, or I’ll kill you with my bare hands”), parla molto tra un pezzo e l’altro e fa lo “scimmione”, ma credetemi, sentirlo cantare così bene è stato veramente un piacere: potente, ispirato, capace di passare dall’urlo belluino a tristi intonazioni blues. Gli altri lo seguono a ruota, e “Lifer”, “Hail The Leaf”, “Eyes Of The South”, “New Orleans Is A Dying Whore” più l’immancabile “Bury Me In Smoke” sono servite. Peccato per la mancanza di “Temptation Wings”, ma non si può avere tutto. Dopo l’innegabile grandezza su disco, i cinque Statunitensi si dimostrano realtà anche sulle assi del palco, non finzione. Puro orgoglio sudista, e tanto basti.
Iniziano a calare le tenebre ed è il turno degli Opeth. Continuo a sostenere che un gruppo come il loro c’entra poco con il clima dei festival (e chi li ha visti suonare in un locale al chiuso da headliner capirà sicuramente perché), ma tutto sommato se la cavano egregiamente. Akerfeldt trova pure il tempo, tra un brano e l’altro, di scherzare con il pubblico (“I’m here with my wife. I’ve fucked in your country”); insomma, un po’ come Anselmo, solo che lo stile è un po’ diverso, più compassato. La scaletta ovviamente privilegia i pezzi più corti (che per loro significa una media di dieci minuti a canzone) e leggermente più “diretti” del loro repertorio. Ottime la versioni di “White Cluster” e di “Demon Of The Fall”, ma nel complesso tutto è stato suonato alla perfezione, forse con un po’ di auto indulgenza di troppo. Comunque il pubblico tiene botta e alla fine della giornata risulteranno tra quelli più applauditi.
Ormai è buio totale, i Venom salgono sul palco. Non li avevo mai visti dal vivo, e la curiosità di vedere queste leggende del metallo anni Ottanta era forte: sarebbero stati all’altezza? Cronos (l’unico rimasto della formazione originaria) avrà ancora voce per sostenere un intero concerto? La risposta ad entrambe le domande è affermativa. Un concerto dei Venom è esattamente come te lo aspetti: pyros come se piovesse, atteggiamenti costantemente sopra le righe, Cronos che presentando “Warhead” urla come un invasato, leather and spikes come abbigliamento d’ordinanza. Come dicevo, Cronos ha ancora una voce invidiabile, la stessa che urlava dai solchi di storici vinili quali “Welcome To Hell” e “Black Metal”, e questo è stato sicuramente il dato più sorprendente dell’intero Gods; come se l’avessero ibernato nel 1985 e scongelato per l’occasione. Il resto è grande entertainment, sostenuto dai riff grezzi e a presa rapida dei loro cavalli di battaglia: “Black Metal”, “Countess Bathory”, “Buried Alive”, “To Hell And Back”, “Don’t Burn The Witch”, ecc. Nonostante le traversie occorse alla band dopo la metà degli Ottanta, nonostante rimanga solo Cronos a testimoniare un aureo passato, i Venom rimangono gli adorabili cialtroni che tutti noi abbiamo imparato ad amare.

Venom

2 giugno, powered by Paolo Nonsisa
Egregia. La giornata dedicata al metallo nostrano è andata oltre ogni più rosea aspettativa. Il basso costo del biglietto e l’alta qualità degli act nostrani presenti oggi sullo stage calcato ieri dai Venom, si sono rivelati una combinazione più che positiva per l’Italian Gods Of Metal. Tra un’attività e l’altra da espletare prima di accedere all’area concerti, il tempo passa ben più velocemente di quanto avrei voluto, il fatto di assistere a metà esibizione dei White Skull però non mi impedisce di capire che la giornata è cominciata bene. I veterani guidati dal singer Gabarrò coinvolgono la folla e scaldano ulteriormente (ma dal punto di vista climatico proprio non se ne sentiva il bisogno) i fans che lentamente prendono posto nella stage area. Ho un’inclinazione particolare per gli Skulls, e quando a fine set arriva l’inno “Asgard” perdo un po’ di professionalità e mi lancio nel delirio sotto il palco. Gli Infernal Poetry sono impegnati nel filone death metal melodicizzato da qualche tempo, la complessità di alcuni pezzi alternati a momenti più orecchiabili fanno colpo sulla folla, che raggiunge il primo vero momento di libidine odierna con “Fear Of the Dark”, rivisitazione personale del classico del 1992 di una certa band inglese. Non ho potuto seguire attentamente la performance degli Stormlord, black metal band di Roma già presente al Gods due anni fa, dato che esigenze nutrizionali mi hanno costretto a spendere una fortuna per uno sfigatissimo panozzo+birra. Il pubblico comunque gradisce, nonostante un inizio contraddistinto da qualche problema sonoro di troppo. Ero in attesa dei Novembre, gruppo guidato dall’abile Carmelo Orlando, che hanno pubblicato da poco “Materia”, uno dei migliori dischi dell’anno. I nostri non suonano esattamente canzoni dirette e ‘da festival’, tuttavia grazie all’alta professionalità e abilità che il combo possiede il concerto è stato molto buono. L’esecuzione di “My Starving Bambina” mi ha fatto pensare, una volta di più, a quanta roba buona abbiamo all’interno dei nostri confini e alla difficoltà con cui questa roba buona viene supportata, promossa e lanciata in ottica worldwide. A ruota i Domine hanno rafforzato ulteriormente questo concetto, un set di power metal con i controfiocchi (non posso scrivere altro ma vi assicuro che il termine “organo genitale maschile” al plurale starebbe meglio di ‘fiocchi’) proposto da un act che ha oramai una personalità sbalorditiva. Morby si conferma ogni volta come una delle migliori voci in circolazione e quando piazza l’acuto finale su “Defenders” gli applausi sono d’obbligo. Grande attesa per l’imminente nuovo disco degli esponenti più autorevoli dell’epic/power italiano, successore dell’ottimo “Emperor Of Black Runes” del 2004. Si cambia registro con i Necrodeath, storica formazione ligure da poco tornata sul mercato con l’esplosivo “100% Hell”. Ed è davvero infernale la potenza riversata sul pubblico dell’Idroscalo da Flegias e soci, malignità ed extreme thrash metal sparato a velocità incontrollabili. S’alza il polverone e difficilmente s’abbassa, Peso dietro le pelli si guadagna il titolo di il miglior drummer della giornata, una vera macchina da guerra ancora perfettamente efficace dopo anni di massacri. I Vision Divine di Olaf Thorsen prendono lo stage dopo l’uragano Necrodeath, ed è veramente difficile non sfigurare dopo i genovesi. Tuttavia, quando si hanno alle spalle due platter come “Stream Of Consciousness” e “The Perfect Machine”, si può pescare tra brani brillanti e coinvolgenti senza paura di fallire. Power tradizionale e prog metal si fondono alla perfezione e anche sulle tirate “God Is Dead” e “La Vita Fugge” la band è impeccabile per perizia esecutiva. Luppi in buona forma, si diverte e scherza con la platea, senza sbagliare mai un passaggio, benchè il microfono abbia spesso qualcosa da ridire in termini di problemi tecnici. Pollice su per loro. Extrema e Fire Trails, guidati dall’inossidabile Pino Scotto, preparano il terreno agli headliner regalando entrambi una perfomance di spessore. Gianluca Perotti non risparmia nemmeno un respiro e grida tutta la propria rabbia sui riffs di Tommy Massara, quando poi parte la cover di “Ace Of Spades” partono anche diverse ossa, nulla ovviamente di quante ne andranno via domani con Lemmy, però è stato un bell’antipasto. Pino Scotto dal canto suo fa divertire e agitare proprio tutti, i Fire Trails suonano compatti e affiatati, “Long Live Rock’N’Roll” chiude il loro set lasciando tutti soddisfatti. Bud Ancillotti conduce la nuova incarnazione degli Strana Officina, riformati per l’occasione anche per rendere omaggio ai fratelli Cappanera, Fabio e Roberto, che non sono più tra noi da qualche tempo. Il fatto che non troppa gente conoscesse i classici dell’Officina che fu, non ha aiutato molto la resa dello show, tuttavia non è mancato il supporto, specialmente sull’inno “Metal Brigade”. Giornata divertente, ricca di gruppi, con qualche problema tecnico ma nel complesso da ripetere quanto prima, vista la risposta del pubblico, finalmente positiva per un’occasione simile.

Axl

3 e 4 giugno, powered by Luca Garrò & Paolo Nonsisa

Le giornate di sabato e domenica, le più attese delle quattro del Gods of Metal, hanno portato migliaia di persone a Milano, spinte dai grandi nomi, almeno sulla carta, presenti nella bill del festival. La prima parte del sabato rappresentava un’occasione d’oro per gli amanti del power, con i gruppi che ne hanno fatto la storia: Helloween, Gamma Ray e Statovarius, insieme ad Angra ed Edguy. Dei primi tre la migliore esibizione è stata quella dei Gamma Ray, con un Kai Hansen molto intraprendente e un pubblico che rispondeva alla grande. Beffardo il medley helloweniano “Future World/I Want Out/Ride The Sky”, che farà impallidire alla distanza il combo delle zucche di Amburgo. Chiaramente il pubblico è stato grande protagonista anche dell’esibizione degli Helloween, anche se la stessa cosa non si può dire per il gruppo, che a tratti è sembrato davvero stanco, in particolare il singer Andi Deris, efficace su pezzi scritti per lui come “If I Could Fly” e in difficoltà su inni quali “Eagle Fly Free”. Molto disponibili gli Helloween si sono invece dimostrati in sede di conferenza stampa, in cui hanno risposto a domande relative ad un eventuale live album e all’ultimo capitolo di Keeper of the Seven Keys. Stratovarius e Angra invece hanno svolto una prova discreta, lontana dagli standard che gli stessi gruppi c’avevano mostrato a fine millennio. Divertenti invece gli Edguy, con un Tobias Sammet ispiratissimo che ha pure rischiato l’osso del collo dopo essersi arrampicato in un punto non meglio precisato dello stage. Il momento più alto della giornata è stata sicuramente l’esibizione dei Motorhead, solito concentrato di violenza e volumi altissimi che ha fatto scatenare l’intera platea molto più che per le esibizioni precedenti e che per le successive…Erano loro i veri headliner! “Going To Brazil” e l’incredibile “Overkill” hanno veramente creato un pit simile a un tornado spietato. Strepitosa anche la loro conferenza stampa, con risposte piene di humor e con un Lemmy che si è divertito a distruggere un giornalista che gli chiedeva notizie sul nuovo album “Inferno”, dicendogli che il nuovo album uscirà a settembre e che “Inferno” era uscito nel 2004!
E’ stato poi il turno dei redivivi Def Leppard, all’arrivo dei quali però molti hanno abbandonato l’area. Ciò non stupisce, poiché a molti era sembrata strano un finale così distante da un certo tipo di pubblico. Dal canto loro i Leppard hanno fatto un concerto di classici, con un paio di cover dal nuovo “Yeah” che alla fine ha conquistato anche parte del pubblico che se ne era andato. Infine gli WhiteSnake di Coverdale, sempre puntualissimi e con una line up davvero notevole, sicuramente la migliore degli ultimi anni. Il gruppo parte forte con “Burn” e prosegue con tutti i classici, privilegiando comunque gli anni ottanta, che hanno reso Coverdale più celebre per il suo gruppo che per i suoi trascorsi nei Deep Purple. Anche in questo caso, come per i Def Leppard, il pubblico non appare mai davvero preso dal pur ottimo e coinvolgente David.

La domenica doveva essere la grande giornata del ritorno in Italia dei Guns N’ Roses dopo 15 lunghi anni. I dubbi erano molti, sia sulla nuova line up, che sullo stato di salute di Axl Rose. Quelli sul gruppo sono diventati certezze immediatamente: sicuramente affiatatissimi, ma altrettanto scarsi. Tra i momenti peggiori “Don’t cry” fatta alla chitarra per far cantare il pubblico, che ricordava happy birthday e, sempre alla chitarra, “So beautiful” dell’Aguilera. Agghiacciante. Per quanto riguarda Axl, invece, il giudizio è sicuramente positivo: molto voglioso, scattante e soprattutto con parecchi kg in meno rispetto a qualche anno fa. La voce regge ancora bene e ciò gli permette di fare ancora scalette come ai vecchi tempi. Tra i momenti più alti sicuramente l’arrivo di Axl sull’intro di “Welcome To The Jungle” e, per il pubblico femminile, l’arrivo sul palco di Sebastian Bach, grande sorpresa della serata che ha dettato con Axl su “Night Train” e “My Michelle”. Andando a ritroso è stato pazzesco il concerto dei Korn. Saranno oramai un marchio fatto per vendere ma il combo che ha contribuito a istituire un nuovo modo di suonare a metà nineties non ha sbagliato niente. Potenza esagerata e coinvolgimento totale della platea, conquistata da “Twisted Transistor” come dalla oramai storica “Blind”. Benché non rientrino nei miei ascolti abituali, devo ammettere che i Korn sono stati la vera bomba della giornata. I Deftones invece hanno diviso la platea. Chino Moreno ce la mette tutta ed è difficile non lasciarsi andare sulle note del gruppo che ha composto un disco come “Around The Fur”. Tuttavia a lungo andare l’adrenalina cala e gli spettatori se ne accorgono. William Duvall guida invece la “spontanea” (…) reunion degli Alice In Chains. “Them Bones” fa sempre la sua porca figura, il resto però è fuffa, e non è nemmeno colpa di nessuno, se non di quella macchina che non lascia nemmeno riposare in pace i morti, e non ha interesse a conservare le buone memorie storiche di un gruppo di livello, chiamata music biz. Gli Stone Sour campano “grazie” agli Slipknot, dato che sono il side project del singer Corey Taylor, che con gli Stone si esibisce senza maschera. Tuttavia è indubbio constatare che i ragazzi hanno un’identità ben precisa sul palco e i pezzi dell’imminente nuovo disco “Come What(ever) May” regalano minuti di euforia e sana potenza alla platea dell’Idroscalo. “30/30-150” apre un set che risulterà tra i migliori della giornata, bravi, davvero. Arriviamo così ai Soulfly, band con la quale è iniziato il nostro quarto giorno di Gods. Max Cavalera è oramai un’icona della scena, basta la sua presenza a scatenare i fans, l’ultimo disco “Dark Ages” ha spaccato e basta una “Refuse-Resist” a far sì che tutta l’area canti in delirio. Cosa manca? Oramai credo soltanto la reunion col fratello Igor…

Guns N’ Roses setlist: Welcome To The Jungle – It’s So Easy – Mr. Brownstone – Live And Let Die – Robin Solo / Sweet Child O’ Mine – Better – Dizzy Solo / The Blues – You Could Be Mine – Knockin’ On Heaven’s Door – Ron Thal Solo / Don’t Cry – Rocket Queen – November Rain – Fortus & Finck Solo – Out Ta Get Me – Madagascar – My Michelle (w/Sebastian Bach) – Patience – Robin Solo – Nightrain (w/Sebastian Bach) – I.R.S – Paradise City

Photos powered by Metallus.it

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