Gods Of Metal – Stadio Brianteo, Monza (MI) 27 e 28 giugno 2009

Edizione in chiaroscuro quella che ha visto il ritorno della kermesse metallica allo stadio Brianteo di Monza, dove mancava dal lontano 2002. Molto bene tutti gli headliner, con forse i soli Motley Crue autori di una prestazione ordinaria che è cresciuta dopo un inizio incerto con volumi bassissimi.

Ottimi invece senza riserve Heaven & Hell, Dream Theater e Slipknot: band diversissime, con audience altrettanto opposte, ma capaci di confermare I propri punti di forza di sempre. I Black Sabbath con Ronnie James Dio alla voce hanno messo in piedi un set solidissimo, che ha visto alcuni nuovi brani vicino ai grandi classici proposti con volumi altissimi e con una convinzione tale che farebbe invidia a un gruppo di esordienti. Impressionante vedere chi ha scritto letteralmente un genere essere ancora così determinante per lo stesso nel 2009, onore e applausi.
Dream Theater autori di una prestazione praticamente perfetta, con un La Brie tornato a livelli vocali strepitosi come poche volte nella sua carriera; nulla da dire sul resto della formazione, qualità e preparazione sono la base su cui è stata costruita una carriera che è, ora come ora, all’apice assoluto.
Gli Slipknot potranno anche essere fastidiosi per chi ha qualche primavera di troppo sulle spalle, ma non riconoscere che oggi come oggi siano uno dei primissimi act della scena hard&heavy significa solo essere prevenuti. In grado di riempire da soli una metà dello stadio (tribune incluse) e di tributare alla stessa, attraverso le frasi di un Corey Taylor veramente felice e quasi toccato dall’accoglienza ricevuta, una gratitudine sentita e onesta, i mascherati hanno tritato tutto quanto passasse in zona dopo le 23 di domenica, con una setlist che ha visto nell’incipit vecchio stile il modo perfetto per cominciare (e sostanzialmente finire) un concerto: (Sic), Eyeless, Wait And Bleed e Get This. Gioco, partita, scontro. Ovviamente spazio anche al lato più melodico (Before I Forget, Psychosocial, Dead Memories, Duality) e al macello conclusivo con People=Shit e Spit It Out.

Andando indietro nelle varie bill, menzione d’onore per i Tesla, sorpresa del festival e autori di un’ora abbondante di ultra glam, credibile soprattutto sull’old stuff, e conferma a un anno di distanza per i Carcass (che con le loro frasi “We’re Carcass, and we don’t play progressive metal” e “Ti conosco, ti ho visto sulla Bbc, per me dio non esiste per due motivi: uno ieri i Black Sabbath hanno suonato prima dei Crue e non dopo, due se esistesse si sarebbe presto me anziché ridurre Ken in questo stato” – Bill Steer parlava con Fratello Metallo – hanno vinto). Subito dietro mettiamoci i redivivi Blind Guardian, gli sbronzissimi Down, gli elitari Voivod, Cynic e Napalm Death e i divertenti Edguy. Quindi ecco un’ampia schiera di “né carne né pesce”, categoria che vede al suo interno il mega gruppo di Tarja (che ha comunque raccolto consensi a nastro), i Mastodon (terza prova in sette giorni in Italia, sicuramente la migliore oggi), Lita Ford (fuori tempo massimo), Marty Friedman (anche se il minuto dedicato a Tornado Of Souls è valso tutte le esibizioni sopra e sotto citate), Static-X, Backyard Babies e, a malincuore, Queensryche (classe da vendere, ma improponibili di pomeriggio senza Mindcrime). Infine permetteteci una domanda e un po’ di ironia: per quale malefico motivo gli Extrema, opener del festival alle 7 di mattina e coinvolgenti più di molti altri gruppi, non hanno suonato nella posizione degli Epica? E soprattutto, se hanno avuto problemi al tourbus i Saxon, impicci tali da non presentarsi nemmeno al Brianteo, perché gli Epica sono arrivati in tempo?

Dream Theater setlist: In the presence of enemies pt1/beyond this life (entire), Costant motion, A  rite of passage, Hollow years, Caught in a web, Erotomania, Voices, Pull me under, Metropolis pt1

Slipknot setlist: 742617000027, (Sic), Eyeless, Wait and bleed, Get this, Before i forget, Sulfur, Dead memories, Left behind, Disasterpieces, The blister exists, Psychosocial, Duality, People=shit, Surfacing, Spit it out

Heaven & Hell setlist: E5150, The mob rules, Children of the sea, I, Bible black, Time machine, Vinnie Appice’s Drum Solo, fear, Falling off the edge of the world, Follow the tears, Die young, Heaven and hell, Country girl/Neon knights

Motley Crue setlist: Kickstart My Heart – Wild Side – Shout At The Devil – Saints Of Los Angeles – Mick’s solo – Live Wire –  MF Of the Year – Don’t Go Away Mad (Just Go Away) – Same Ol’ Situation – Primal Scream – Girls, Girls, Girls – Dr. Feelgood; Bis: Home Sweet Home.

Interviste e video amatoriali dal Gods Of Metal


Considerazioni sparse sul Gods. Bello vedere vecchi e giovani nel pubblico e soprattutto tanta topa, quando nel 2000, nello stesso stadio, non c’era neanche una donna!
Voivod: per pochi appassionati. Per tutti gli altri sembrano una band scassata di thrash tedesco di serie b.
Backyard Babies: il giusto intrattenimento pomeridiano per ogni fan di street rock.
Epica: comprensibile che possano affascinare i ragazzini alle prime armi, per gli altri è un atroce supplizio. Pezzi troppo lunghi, voci in stile ‘la bella e la bestia’, banali parti heavy e finte parti sinfoniche. Il peggio dei trend recenti.
Marty Friedman: sale con i giapponesi a suonare hard rock strumentale tamarro. E la gente gradisce più del previsto (in effetti era papabile di bottiglie). Per poco diverte pure. Lacrime su Tornado Of Souls (uno dei migliori assoli del metal).
Edguy: una delle migliori band di sabato. Forse non evolveranno mai il loro incrocio tra power tedesco e hard rock ma si divertono e sanno intrattenere il pubblico.
Lita Ford: marginale all’epoca, marginale oggi. E’ una bella milf ma a livello sonoro è solo una rimpatriata per nostalgici. Terrificante il duetto col marito Jim Gilette (un’altra cosa che avremmo voluto lasciare negli anni ’80…)
Queensryche: la triste conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) che i Queensryche senza Operation Mindcrime non vanno da nessuna parte. Classe e stile ma totale mancanza di mordente. Solo i pezzi da Empire tengono su la baracca, il resto è noia pura.
Tesla: eccezionali. Un vera band con una marcia in più. Pezzi con un ottimo tiro, eseguiti in maniera perfetta e con una grande dose di tecnica. Scaletta ottimamente bilanciata, vederli è stato un piacere.
Heaven and Hell: sono giovani e sobri come il loro palco ma non deludono mai. Dio è un nano di 234 anni ma tira ancora fuori una voce da brividi. Gli altri sono praticamente gli inventori di tutto il carrozzone quindi non possono sbagliare. I Black Sabbath degli anni ’80 non saranno certo l’apice ma con loro sembra davvero di stare dentro ad un fantasy.
Motley Crue: il solito concerto sgarruppato e cazzone come sanno fare solo loro. Scaletta da best of (con molto ma non tutto Dr.Feelgood), Mars è un miracolo che sia ancora vivo, Nikki fa bastare la sua presenza, Tommy è sempre coglione simpatico ubriaco, Vince era messo bene fisicamente ma a volte si inventava di sana pianta i testi. Non a livello del primo giro di reunion, un concerto oggettivamente brutto ma è questo il bello dei Motley. Tutte le ragazze erano lì per loro, e non saranno rimaste deluse. Bel tiro, penoso vedere come prendono tempo tra un pezzo e l’altro ma è un miracolo che siano ancora vivi, quindi va bene così…

Cynic
: la forza di riuscire a proporre un genere ostico (prog death jazz fusion, quello che volete) sotto il sole di Giugno e raccogliere consensi. Eroici.
Napalm Death: scassare tutto con la forza di chi ha insegnato agli altri come si scassa, e pure prima di tutti. Carichi, simpatici, mortali, divertenti anche coi pezzi di due secondi.
Mastodon: fossero tutte come ‘Blood And Thunder’ sarebbe molto meglio. Non è così. Rimane un gruppo che dal vivo fa molto macello senza che si capisca esattamente cosa stia succedendo.
Saxon: purtroppo sono saltati…avrebbero fatto divertire e migliorato un po’ l’atmosfera…peccato.
Tarja: la band che si porta dietro è il classico cannone per sparare alle farfalle. I pezzi suoi sono irrilevanti e raccoglie di più coi classici dei Nightwish. Sarà bella e simpatica, ma cercano in tutti i modi di farla passare per la stella che non è.
Down: Cotti e distrutti. Ma forse è quello che vogliono i loro fans. Concerto alla lunga noiso ma con un Anselmo i forma (per i suo standard di eroinomane, beninteso) e un paio di pezzi che spezzano.
Blind Guardian: lo spettacolo è lo stesso dal 2002, ormai il loro momento è andato. Hansi sale sul palco e col nuovo look sembra un lobotomizzato…ma la voce va meglio del previsto. Sono un po’ ai ferri corti come band, ma propongono in maniera professionale il loro spettacolo e i fans del fantasy gradiscono…
Carcass: si odieranno pure, avranno altri interessi, sarà fatto tutto per soldi…ma si vede che sono una band speciale. Pezzi micidiali, i ragazzi sono ottimamente ingranati. Commovente il saluto di Owen
Dream Theater: hanno trovato la dimensione giusta per non deludere mai i propri fans. Pestano terronissimi, La Brie ormai gestisce perfettamente la voce (anche se in pratica sta più tempo fuori dal palco), la scaletta è sempre ben studiata (a uesto giro qualcosa di nuovo + molto Awake). Noiosi, senza mordente e senza idea di cosa sia un concerto rock, il massimo per gli onanisti musicali e merito loro di far apprezzare gli assoli interminabili di 3257 note.
Slipknot: lo spettacolo metal del 2009. Ci sarebbero un sacco di cose da dire: discutibile aver abbandonato atmosfere alternative da panico in favore di melodia per ragazzini di MTv, migliorabile la presenza sul palco…ma creano un macello allucinante ed è bello vedere uno stadio pieno di ragazzini che impazzisce per loro. La maggior parte dei trucchi (batterie rotanti, gente minacciosa sul palco) sono già stati utilizzati meglio da altri in passato, ma loro ce la mettono tutta e non deludono.

Marco Brambilla

 


 

Più che fare un report – per quello affidatevi pure alle penne dei miei ottimi colleghi, che a differenza mia hanno potuto vedere Motley Crue e Slipknot – vorrei scrivere soltanto qualche paragrafo di pensieri vari, riguardo ad un Gods ricco di bei momenti ma anche di incredibili cadute di tono. Un po’ come lo stato attuale del metal e del rock.
Rock che è stato il vero protagonista del primo giorno. Motley a parte (di loro però non posso dire nulla, vedi sopra), hanno spiccato su tutti i Tesla, vecchie glorie della civiltà hard’h’heavy della seconda metà degli anni Ottanta: un concerto compatto e un gran tiro, una dimostrazione di eclettismo stilistico, quello che ha sempre fornito loro una marcia in più nel carrozzone hard rock di vent’anni fa e li ha sempre distinti dai più beceri gruppi hair metal e glam rock. La posizione in scaletta era molto alta, ma se la sono meritata tutta. Non si può dire lo stesso di Lita Ford, anch’essa ripescata direttamente dal decennio di Reagan, ma che al contrario dei Tesla non si è mai distinta per particolari doti musicali. Oggi canta ancora bene, ma i pezzi sono tutti trascurabili. Così come sono trascurabili anche quelli di Lauren Harris, ragazza piuttosto avvenente ma dalla voce anonima e dalle capacità compositive decisamente mediocri (evidentemente il nepotismo non è una specialità solo italiana). Non male i Backyard Babies, anche se le idee che utilizzano nella loro musica sono tutte di altri, al 100%, e loro non usciranno mai dallo status di cult band per gli appassionati di glam e street. Male invece Marty Friedman, 45 minuti di noia puramente strumentale senza capo né coda; unico momento interessante, il solo di “Tornado Of Soul”, il che la dice lunga sull’ispirazione del Nostro, oggi come oggi. Buone cose dagli Edguy, invece: grazie ad una buona tenuta del palco e ad una proposta musicale di non comune originalità si distinguono e sempre si distingueranno dai mille, dozzinali gruppi power tedeschi. Così come la classe dei Queensryche è unica e fuori discussione, ed è proprio grazie ad essa che la band è giustamente emersa e si è sempre distinta; ma lo show proposto al Gods è stato troppo carente a livello sia scenico sia interpretativo, e i pezzi del nuovo non reggono il confronto con quelli di “Empire” o “Rage For Order”. E venire ad un festival senza proporre nulla da “Operation: Mindcrime” è una mossa suicida. Alla fine i vincitori del primo giorno sono stati gli Heaven And Hell: Dio con una voce ancora inaudita, Iommi il chitarrista che ha insegnato a tutto il mondo metal cosa significa saper comporre riff immortali, Butler preciso e professionale, Appice che non ha perso lo smalto dei bei tempi. Forse esagerano nella versione “psichedelica” di “Heaven & Hell”, e forse le animazioni del maxischermo sono un po’ troppo pacchiane (alcune sembrano fatte con un amiga di vent’anni fa), ma loro possono, specie se il resto è tutto perfetto. Inossidabili. Eterni. Iconici (aggiungete l’aggettivo che preferite).

Il secondo giorno è stato, oggettivamente, più ricco di band di rilievo. A partire da una leggenda come i Napalm Death, capaci di scatenare un pogo d’altri tempi con la cover di “Nazi Punks Fuck Off”, e pure sotto il sole dell’una e mezza! Eccezionale Barney e il suo muoversi da pupazzo disarticolato, eccezionali le versioni dei vecchi classici (tanti brani pescati da “Scum”, “You Suffer” compresa) rifatte ancora più violente dal vivo, eccezionale anche la nuova “On The Brink Of Extinction” con tanto di dedica a Charles Darwin…insomma, impossibile chiedere di più in soli 35 minuti. Notevoli anche i Cynic, sempre più lanciati verso la fusione totale di metal, jazz e chissà cos’altro, capaci di riscuotere interesse in un festival del genere e in pieno giorno. I Mastodon, invece, si confermano musicisti di caratura superiore, ma troppo statici e quasi “timidi” sul palco per caricare davvero il pubblico, specie se i pezzi che suonano sono quelli dell’ultimo disco, mentre con “March Of The Fire Ants” “Blood And Thunder” le cose vanno meglio: comunque da rivedere. I Down, purtroppo, si sono dimostrati un po’ fuori forma, non la solita macchina da guerra che negli ultimi anni ha messo a ferro e fuoco i palchi di mezzo mondo; noi, comunque, li aspettiamo al varco a Torino. Discreta prova per Tarja, salutata con molto affetto dai suoi fan, ma non si è capito perché abbia reclutato musicisti come Mike Terrana e Doug Wimbish per suonare quei pezzi: ovviamente le canzoni più gradite sono state quelle dei Nightwish. Per i Carcass andatevi pure a vedere il report dell’anno scorso e aggiungete la buona notizia della progressiva ripresa di Ken Owen; non serve aggiungere altro, i migliori della giornata. Meglio pure dei Blind Guardian, ormai fermi a dieci anni fa (ma sempre professionali, e rimangono comunque un’istituzione), e meglio anche dei Dream Theater. Due parole in più su questi ultimi: è una band che personalmente apprezzo moltissimo, ma devo cercare di essere obiettivo. In questo senso l’eccesso di autocelebrazione, la smania di infarcire ogni pezzo con parti e assoli fuori luogo e un suonare intricato spesso fine a se stesso hanno finito per rovinare, seppur parzialmente, anche i pezzi degli splendidi “Images And Words” e “Awake”. Scontata la bravura e professionalità, LaBrie e soci dovrebbero però concentrarsi di più sulle canzoni piuttosto che sugli sbrodolamenti virtuosistici, cosa che sta finendo per penalizzare anche gli ultimi lavori in studio. Detto questo, rimangono dei fuoriclasse.

Ho lasciato volutamente da parte Epica e Voivod, rispettivamente il punto più basso e quello più alto di tutto il festival. Considerazione strettamente personale, ma cercherò di motivarla. Gli Epica rappresentano tutto il peggio di quello che oggi va più di moda nel metal: la bella Simone Simons è l’esca con la quale formazioni di questo tipo riescono a far breccia e a vendere montagne di dischi ai ragazzini. Una bellezza femminile che serve a camuffare una voce tutto sommato appena discreta, il solito growl/scream maschile che dovrebbe suonare “malvagio” e “fottutamente heavy”, ma che il 99% delle volte è solo ridicolo (nel nostro caso, non si sentiva la mancanza della brutta copia di Dani Filth). Sopra a tutto, le solite orribili, finte, pacchiane e fanciullesche “orchestrazioni sinfoniche” fatte con tastiere da due soldi. Così i fan di Epica e band simili si sentono importanti, orgogliosi di avere una cultura musicale superiore, perché c’è di mezzo la musica classica. Il solito senso d’inferiorità che spesso è presente nel rock e, ancor di più, nel metal: come se per giustificare il fatto di suonare questa musica ci si debba per forza appellare a maldestre contaminazioni con la tradizione musicale euro colta, come se suonare musica con il solo ausilio di chitarra, basso e batteria fosse automaticamente avvilente e degradante. Mentre, al contrario, ad essere avvilente è il modo in cui Epica e simili trattano sia il metal sia la musica classica: che nelle loro mani diventano ridicoli e puerili. Pochissimi gruppi riescono ad amalgamare veramente bene questi due mondi (Lacrimosa, Septic Flesh, Rage), il restante 90% propina soltanto accozzaglie di passaggi “epici” e di schitarrate “heavy” senza costrutto alcuno, oltre a non rendersi conto che anche dopo Wagner sono esistiti grandissimi compositori (ed esistono tuttora). Per questi motivi gli Epica sono stati la conferma che la deriva peggiore nel metal, oggi, è proprio questo maldestro tentativo di scrivere musica “seria” e di risultare, invece, grotteschi. Tutto il contrario dei Voivod. Il gruppo di Michel “Away” Langevin non si è mai vergognato di usare la canonica strumentazione rock per suonare la propria musica, e dal thrash ultra violento e ultra rumoroso degli esordi si è evoluto in qualcosa di indecifrabile, di incredibilmente stimolante e interessante. Per un certo periodo nessuno ha suonato come loro, e anche nei dischi maggiormente votati a soluzioni retrospettive – vedi “The Outer Limits” e gli ultimi con Newsted – le loro atmosfere schizzate, astrali e ultraterrene li hanno sempre distinti da tutti, ma proprio da tutti i gruppi rock. Il mini concerto del Gods è stato tanto breve quanto intenso: ulteriore dimostrazione che anche sul palco la formazione è tra le più belle da vedere. Il nuovo chitarrista si è subito adattato ai nuovi compagni, è tecnicamente dotato e non sbaglia un colpo, mentre Denis “Snake” Belanger è un frontman di ottimo livello, che sa divertire il pubblico e durante “Tribal Convictions” mima pure le danze delle tribù dei minimondi. Con la nuova “Global Warning” i Nostri fanno decollare i Motorhead verso Saturno, con “Nothingface” senti freddo anche se sotto il sole di mezzogiorno, e la cover di “Astronomy Domine” sarebbe piaciuta anche a Syd Barrett. La scelta di privilegiare i pezzi del trittico “Killing Technology/Dimension Hatross/Nothingface” è la migliore che questi grandi artisti potessero fare: certo non fanno in tempo ad eseguire “Macrosolution To Megaproblems”, ma il tempo è poco (appena 35 minuti), e loro sono un gruppo di nicchia, anche se in un mondo perfetto sarebbero stati gli headliner della giornata. Ovviamente c’è anche la dedica di Snake per Piggy, la loro guida verso l’infinito. Ognuno, nel suo intimo, può pensare a lui come meglio crede. A me piace immaginarlo in viaggio verso Giove e oltre l’infinito, insieme a Ligeti e Stockhausen, tutti e tre intenti a comporre musica che noi umani non riusciamo ancora a comprendere.

Voivod setlist: Voivod – The Unknown Knows – Global Warning – Tribal Convictions – Overreaction – Nothingface – Astonomy Domine (Pink Floyd cover)

Stefano Masnaghetti

 


 

I Motley e gli altri al Gods
Un concerto attesissimo per la concomitanza con il ventennale della pubblicazione dell’album Dr. Feelgood. Si era detto che avrebbero ripercorso quel momento storico eseguendo l’intera tracklist di quel memorabile vinile. E’ stato, invece, un flop clamoroso. Dei brani annunciati ne sono stati eseguiti solo una parte ed è mancata totalmente quella maturità professionale che in molti si aspettavano di trovare. Comportamenti infantili ad oltranza che non fanno altro che infastidire ma, sopra ogni cosa, i suoni in uscita.
Il volume che continua ad essere alzato ed abbassato. La voce altissima, il basso inesistente, della batteria si sentiva solo il rullante ed i tom (vien da sorridere vedendo le ultime dimensioni della grancassa) e quando entravano le chitarre sembrava che gli amplificatori fossero stati sfondati.
In effetti il feedback riservato ai Mötley dal pubblico non è proprio quello che ci si aspetterebbe per un gruppo di punta durante la serata di apertura di un festival.
Si prosegue così per buona parte del concerto sino a che le cose non cominciano a migliorare leggermente e si riesce a sentire in maniera decente il primo brano: “Same Ol’ Situation”.
Nonostante non si siano risparmiati sul palco gli headliner della serata sono stati ampiamente surclassati dall’ottima esibizione degli Heaven and Hell (assolo di batteria a parte) e dei Tesla.

Mattia Felletti

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