Heineken Jammin’ Festival 2010 – Venezia, 3-6 luglio 2010

Sono online TUTTE le gallerie fotografiche dell’Heineken 2010. Sugli scudi, come prevedibile, gli Aerosmith di Steven Tyler, subito seguiti dal temporale che ha impedito lo svolgimento dello show dei Green Day. Quindi Black Eyed Peas e in generale la splendida giornata di martedì 6 luglio.

Foto di Francesco Zanet

AEROSMITH
Dopo mesi di voci sui litigi interni alla band, due uragani e altrettanti album in undici anni (anche se Steven Tyler ne ha citati venti) finalmente il pubblico italiano ha potuto assistere ad un concerto dei redivivi Aerosmith. E che concerto.
I timori maggiori erano legati proprio a Mr Tallarico, dato sul punto di mollare i compagni di una vita dopo ogni show. Niente di più falso, almeno a vedere l’affiatamento dei cinque:  dopo, o durante, ogni pezzo non han perso occasione per siparietti divertenti o per “effusioni” che poco hanno lasciato all’immaginazione. E’ stato però il concerto a confermare come il gruppo di Boston, anche dopo quarant’anni, non abbia perso nemmeno un briciolo dell’energia degli esordi. Il numero di hit è stato così superiore alla media dei concerti cui siamo abituati ad assistere, che alla fine nessuno era in grado di recriminare per la mancanza di qualche pezzo.
Ottima anche la scelta di inserire “Stop Messin’ Around” e “Baby Please Don’t Go”, due brani da “Honkin’ On Bobo”, l’album di classici blues che, ad oggi, rimane l’ultima uscita discografica del gruppo. Va detto, inoltre, che un inizio con “Love In A Elevator”, prima di questo tour, non si era mai visto e che sentire “Draw The Line” e “Toys In The Attic” ha fatto godere non poco chi non era a Mestre per sentire “I Don’t Want To Miss A Thing”…
In definitiva: Steven Tyler si droga ancora? Forse ha fatto la scelta giusta. E’ stata davvero l’ultima esibizione nel nostro paese? Se sarà così, parafrasando il grande De Andrè, diremo che è stato meglio lasciarli così che non averli mai incontrati.

Luca Garrò

30 SECONDS TO MARS
Quando si parla di nubifragi e trombe d’aria che si abbattono su Mestre, si tirano sempre in ballo Pearl Jam e Aerosmith…tuttavia i 30 Seconds To Mars c’erano sia nel 2007 e ora nel 2010: facciamo due conti, tre anni fa arrivò il tornado che fece crollare le torrette, quest’anno è lo stesso Jared Leto ad annunciare “A fucking armageddon is coming” poco prima della fine del loro set e dell’inizio dell’ennesima apocalisse Heineken-iana. Qualche dubbio su chi sia più menagramo di altri io me lo farei venire…detto questo la finiamo di scherzare e ammettiamo che i 30 Seconds hanno messo in piedi un grandissimo concerto, coinvolgendo molto anche chi non aveva il minimo interesse a seguirli. Messa da parte l’imbarazzante cresta rosa sfoggiata al Rock Im Park, Jared Leto si concede il biondo platino e spacca tutto dall’inizio alla fine, guidando i suoi attraverso i picchi emotivi di “This Is War” e “The Kill”, nonostante alcuni spettatori delle prime fila non facciano mistero di aspettare solo i Green Day. Green Day che partecipano effettivamente al set dei 30STM, salendo sul palco con i parrucconi biondi per scherzare con Jared; compare pure un umanoide con costume da porcellone rosa, dentro il quale la leggenda vuole proprio Billie Joe Armstrong ad agitarsi…

 

PEARL JAM
Il miglior concerto dei Pearl Jam in Italia? Difficile dirlo, vista la qualità di ogni show di Vedder e soci, ma di certo uno dei più emozionanti (se non altro giudicando le facce sconvolte dei cinquantamila presenti alla fine della serata). Il gruppo è in palla e l’ha dimostrato ampiamente nei concerti precedenti a quello di Venezia: dopo lo show incendiario di Hyde Park, i cinque sono riusciti, in Belgio, a far salire on stage un certo Dave Grohl per una performance infuocata sulle note di Kick Out The Jam degli MC5. Inoltre i nostri non tornavano in Italia dal 2006 e l’anno successivo proprio l’Heineken venne spazzato via la sera del loro concerto dal ben noto uragano…L’attesa, di conseguenza, non poteva che essere spasmodica.
Lo show, rispetto a Londra cambia ben poco, per lo meno a livello di setlist, ma sarà un Vedder visibilmente fuori di sé (complice una bottiglia di rosso) a rendere la serata indimenticabile: battute, salti dagli amplificatori come non si vedevano da diverso tempo, errori dovuti alla bocca impastata dal vino che lo rendono ancora più umano e un contatto continuo con un pubblico che più che ascoltarlo, lo ama. Detto ciò, rimane il fatto che ora come ora, i Pearl Jam rimangano la miglior band in attività degli anni ’90, nonché una delle più grandi di sempre. Tra i momenti più toccanti dello show, la splendida “Just Breathe”, dall’ultima fatica, una versione di Jeremy da brividi lungo la schiena e “Arms Aloft”, sentitissimo omaggio all’ultimo Joe Strummer, amico di vecchia data del gruppo e personaggio di cui si sente ogni giorno la terribile mancanza.
Piccola parentesi sull’incredibile numero di cover sentite nelle ultime ore di festival. Tutto ha inizio con un’infuocata “Heartbreaker” suonata da Ben Harper, che successivamente chiama sul palco il buon Vedder per una versione senza precedenti di “Under Pressure” (sì, quella dei Queen), che manda il pubblico in estasi. Durante il set della band di Seattle, poi, succede di tutto. “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd, la già citata “Arms Aloft”, “Public Image” dei Public Image Ltd e la conclusiva, classicissima, “Rockin’ In The Free World” per la quale Ben Harper fa il suo trionfale ritorno on stage dopo la splendia “Red Mosquito”. Queste sono le cose per cui vale la pena vivere.

Luca Garrò

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