Henry Rollins Teatro Sala Fontana Milano 15 febbraio 2012

Henry Rollins Teatro Sala Fontana Milano 15 febbraio 2012

Quando si assiste ad uno spoken word integrale di Henry Rollins bisogna tener ben presente che per tutto lo spettacolo non ci saranno pause né pietà da parte dell’ex Black Flag; in questo senso, pur non facendo più concerti con la sua band, Hank ha conservato inalterata la sua incredibile intensità che l’ha reso celebre in tutto il mondo. Noi ne avevamo già avuto un assaggio in quel di Knebworth, ma si era trattata di una mezz’oretta o poco più. Ieri sera invece, al Teatro Sala Fontana di Milano, l’ormai ex icona punk e ora storyteller duro e puro, ha sottoposto i presenti a un fuoco di fila per quasi due ore e mezza senza prendersi neppure cinque secondi per bere. Part animal part machine.

Poi, certo, descrivere un suo spettacolo a chi non l’ha visto è sempre difficile. Non è una frase di circostanza. Innanzitutto perché non c’è nessuna scaletta e neppure legge qualcosa di già scritto e preparato. Va totalmente a braccio, facendosi guidare unicamente da libere associazioni mentali e spesso saltando da un argomento all’altro. Un discorso che definire rapsodico è puro eufemismo, quindi. All’interno del quale, poi, le differenze di tono e di soggetto sono moltissime, tanto che si passa dal comico/ironico al serio/tragico nel giro di pochi secondi. Ieri sera, per esempio, ha parlato delle drammatiche situazioni in cui versano molti paesi nel mondo, dalla povertà estrema di Haiti all’estrema dittatura che vige in Corea del Nord, per poi passare ai problemi del sistema educativo statunitense ed alle lettere che ha ricevuto dalle madri dei soldati morti in Iraq, divagando poi sui viaggi condotti per il National Geographic in India e Vietnam, passando per la storia della schiavitù nel suo paese e di come si è trasformata oggi con l’invenzione del salario minimo, aprendo una parentesi sui quadri di Captain Beefheart e l’incontro con Dennis Hopper, infine narrando gli immancabili ricordi delle pazzesche serate insieme ai Black Flag, dove poteva accadergli di vedere accoltellato il tipo che fino a due minuti prima l’aveva preso a calci in faccia, bruciato con l’accendino e schernito, oppure una ragazza perdere un occhio perché un bestione le era caduto addosso buttandosi dal palco.


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Sicuramente per lui viaggiare per mezzo (tutto) il mondo, prima per cantare e ora per parlare, ha rappresentato una sorta d’illuminazione (e il video di “Illumination“, uno degli ultimi brani con la Rollins Band, è piuttosto esplicativo al riguardo); gli ha fatto capire molte cose riguardo all’animo umano e l’ha reso differente da suo padre, un “professore, un uomo intelligente, ma razzista, omofobo e misogino. Probabilmente gli avrebbe fatto bene viaggiare, cosa che non ha mai fatto. Ha cercato di farmi diventare come lui, ma non c’è riuscito“. Quello che invece pensa di aver capito Rollins figlio in tutto questo vagare è che, tramite la conoscenza e il dialogo fra popoli e culture diverse, il mondo può davvero migliorare; che sono i governi e le multinazionali che instillano la paura del diverso e che invece le persone normali, da New York a Cuba, dall’Italia alla Cina, potrebbero far davvero cessare le guerre e i più grandi drammi dell’umanità se solo si conoscessero meglio. Anche tramite la musica, i Ramones piuttosto che gli Stooges.

Retorico? Sì, certo. Non bisogna pensare di aver a che fare con Cioran o Saramago. Ma con un uomo di cinquantun’anni ex punk – rocker che però ha visto di tutto e che ha conservato un’onestà d’intenti e una schiettezza rarissime da ritrovare nel mondo in cui viviamo, unite ad una capacità di autoanalisi ugualmente fenomenale. Che, soprattutto, parla di quello che ha sperimentato sulla propria pelle, sempre, e lo riporta senza filtri all’audience dei suoi show; che ha visto morire il suo migliore amico (Joe Cole), ucciso nel corso di una rapina, davanti ai suoi occhi; che è stato lui stesso vicino all’essere ammazzato un paio di volte nella sua vita. Per quello i suoi racconti sono sempre interessanti e valgono la pena di esser visti e ascoltati, anche se quasi sempre affiora un’ottimismo di fondo e un’idealismo molto stelle e strisce (ma poi in fondo, che c’è di male in questo?). Se pensiamo che proprio in questi giorni possiamo osservare le prediche deliranti, rancorose e a rischio zero di Celentano a Sanremo, possiamo capire che noi siamo messi ben peggio.


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Certo, a molti dispiace sapere che Henry Rollins non riformerà mai più la sua band e che non tornerà a far musica. Però è anche innegabile che gli ultimi lavori in studio fossero davvero al di sotto dei vecchi standard, tanto che lui per primo aveva capito che in quell’ambito gli restava ormai poco da dire. E non ha voluto trascinarsi stancamente come a volte accade ad alcuni grandi gruppi. Onesto fino in fondo anche in questo. Non approvazione incondizionata, bensì rispetto.

Stefano Masnaghetti

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