I-Day 2011 – Arena Parco Nord, Bologna 3-4 settembre 2011

Con un bill del genere in una città a caso del Regno Unito un promoter avrebbe fatto 40000 paganti al day one: in Italia ci si deve accontentare di meno della metà al momento della conta finale. Numeri poco esaltanti in termini assoluti, ma che comunque vanno presi come un successo per la giornata più British dell’edizione 2011 dell’I-Day.

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Una sola critica: l’inizio non è stato tra i più incoraggianti. I concerti di Heike Has The Giggles e Morning Parade infatti, pur avendo ottenuto un feedback caloroso dal pubblico non ancora numeroso (gran sorpresa per gli inglesi, che si sono presentati con il primo disco ancora da pubblicare), non hanno esaltato dal punto di vista della performance.

Ben altra musica invece con i The Wombats e i White Lies, capaci di rimettere in carreggiata un festival partito un po’ sottotono. Per il trio di Liverpool, che si presenta con un Matthew Murphy così spettinato da ricordare Robert Smith dei The Cure prima di una sessione di trucco e parrucco, uno show convincente: in tour per promuovere il nuovo album, gli inglesi hanno fatto ballare tutti con il loro indie rock vitaminizzato da sonorità dance floor. In poche parole han fatto muovere i culi. Per i londinesi, che comunque meritano il successo finora ottenuto, la conferma che il grosso del lavoro lo fa il frontman Harry McVeigh: fosse per gli altri (e 2 su 4 sono anche dei turnisti), i White Lies sarebbero un combo con ottimi fondamentali (brani) ma pessima presentazione (carisma). Grazie a McVeigh, per l’occasione vestito con camicia e pantaloni eleganti, i nostri diventano una band più che apprezzabile: avranno fatto un pastone assurdo con l’ultimo “Ritual“, ma dal vivo si godono.

Forse non a caso, l’impianto dell’I-Day inizia a fare sul serio con i Kasabian: volumi esagerati, bassi pompati oltre il limite di guardia per un concerto che trasforma l’Arena Parco Nord in un’immensa pista da ballo (e non a caso, “Club Foot” è piazzata ad inizio serata) e le prime file in un massacro fisico che nessuno si sarebbe aspettato. Non è ancora il tour di supporto a “Velociraptor!” (che uscirà tra un paio di settimane), quindi la band fa una scaletta da greatest hits con un paio di estratti dall’imminente release (“Days Are Forgotten” e “Switchblade Smiles”) e una citazione del famoso main theme del film “Pulp Fiction” agganciata a “Fast Fuse”. Il quintetto inglese è sembrato bello carico, pronto ad iniziare un tour che sicuramente li lancerà definitivamente nell’olimpo anche al di fuori del Regno Unito. Uno show ruffiano, nel quale quasi (“Reason Is Treason” è rimasta infatti fuori) tutti i brani più noti sono stati suonati.

Il primo open air da headliner in Italia per gli Arctic Monkeys è stato un successo clamoroso. Pubblico meno caldo rispetto a quello, rovente, dei Kasabian, ma tutto questo non ha influenzato la prestazione di una band che ha nel frontman Alex Turner e nel batterista Matt Helders il vero e proprio motore. Un palco scarno e semplice ma ricco di luci e strobo, in linea con il look e il sound retrò del combo di Sheffield, è il teatro di una scaletta sbilanciata su due album. Ben più di metà setlist è infatti composta da estratti pescati da “Favourite Worst Nightmare” e dall’ultimo “Suck It And See”, e i resti da “Humbug” e dal primo “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”; la cosa che più stupisce è che il quartetto, a solo un lustro di carriera alle spalle, abbia già in canna un paio di evergreen del calibro di “Brianstorm” e “I Bet You Look Good On The Dancefloor”.

Detto tra noi: se ci limitiamo alla proposta musicale, le condizioni meteo sono state piuttosto strane. Nella giornata brit del sabato, infatti, il caldo e l’afa l’ha fatta da padrone; mentre la domenica, dove più di mezze band appoggiano le radici nelle sonorità punk hardcore californiane della seconda metà degli anni novanta, l’acqua ha caratterizzato tutto il pomeriggio, con tanto di tre rovesciazzi tremendi a bagnare un pubblico ben più esiguo rispetto alla giornata precedente.

Adam Kills Eve, If I Die Today e Face To Face danno fuoco alle polveri quando il cielo è ancora indeciso sul daffarsi. Il metalcore melodico, l’impatto in your face e il pop punk dei terzi scaldano una platea che va aumentando come il sole che esce a illudere i presenti. Prestazioni tutto cuore e con energia clamorosa sprigionata per essere degli opening act, il pubblico gradisce e non ne fa mistero.

I Taking Back Sunday sono il primo nome molto atteso della giornata ma purtroppo il tempo decide di rovinare la situazione: un temporale pazzesco di un quarto d’ora si riversa sui convenuti provocando un’interruzione di set di dieci minuti e un fuggi fuggi generale che porterà i Taking Back a riprendere il concerto di fronte a un centinaio scarso di irriducibili. Tanta voglia comunque e un coraggio ammirevole per i ragazzi di New York, che vanno oltre le difficoltà e regalano ai fedelissimi uno dei set migliori della giornata.

I No Use For A Name hanno dalla loro una momentanea apertura celeste, il pubblico si asciuga, rientra e si sbatte di brutto anche per asciugare vestiti e chiome. Il punk melodico datato anni novanta non dimostra alcun segno di cedimento e, a dispetto di un cielo che lentamente si riannuvola, l’entusiasmo è palpabile e sincero.

I Simple Plan invece sono coheadliner della giornata (loro e gli Offspring suoneranno 75 minuti di set a testa) e i fans non stanno più nella pelle. Ma ancora una volta le condizioni atmosferiche si mettono in mezzo e un nuovo beffardo acquazzone si riversa sui sopravvissuti delle 17, costringendo i Canadesi a ritardare di dieci minuti l’esibizione. Tuttavia quando è il momento i Simple non deludono anzi, si prendono gioco, partita e scontro della seconda giornata dell’I Day 2011: non avranno strutture complicate, non avranno pretese tecniche sconvolgenti, ma i cinque spaccano e hanno le melodie giuste per far godere tutti i presenti. I pezzi estratti dal nuovo album “Get Your Heart On” non sfigurano vicino alle hit come “Welcome To My Life” e “When I’m Gone”. Oltretutto i decibel vengono sparati a manovella come accaduto il giorno prima coi Kasabian, alla faccia della pioggia, del vento e della sfiga che hanno fatto il possibile per rovinare una festa di fine estate.

Parlare degli Offspring non è facile: un po’ perchè ci siamo cresciuti tutti con i loro inni (e chi non c’è cresciuto non sa cosa si è perso, ndr), un po’ perchè Dexter e compagni hanno un tot di numero di primavere sulle spalle dal quale diventa difficile prescindere. Detto che il nuovo album vedrà la luce finalmente nel 2012, per lo meno in base a quanto dichiarato in sede di intervista dai diretti interessati, la band mette in piedi un concerto che se lascia qualche perplessità dal punto di vista esecutivo, non può non toccare nel profondo. Quando il set parte con “All I Want” è veramente difficile non fottersene del fango e del rudo che popola il parterre dell’Area Concerti e spaccarsi tutto quel che si ha nel nome del divertimento. La setlist è una sorta di best of celebrativo, tutti i brani che contano bene o male ci sono stati (forse “Mota” avrebbe fatto infartare qualcuno), inclusi “Americana”, “Pretty Fly”, “Self Esteem”, ai quali si aggiunge un inedito non molto convincente. Un concerto per nostalgici che ha riportato in Italia una delle band simbolo di un genere che ha fatto storia. Un I Day che, a dispetto delle tremende condizioni meteo di domenica, si è dimostrato ancora una volta organizzato alla grande e mai sazio di regalare sorprese a un’audience che però, per vari motivi, non è stata quella che era lecito attendersi.

Nicola Lucchetta, Jacopo Casati

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